Come per Marcel Duchamp, anche per chi scrive, l’opera d’arte sarebbe vuota e statica senza la presenza di un “fruitore”…

Come per Marcel Duchamp, anche per chi scrive, l’opera d’arte sarebbe vuota e statica senza la presenza di un “fruitore”…

Gigino A Pellegrini & G el Tarik –   …dal momento che il lavoro ha valore solo fintanto che ha l’essere, e il compito primario del fruitore è quello di soddisfare questo essere. In questo breve scritto non verrà usato il termine “spettatore” perché inadeguato e riduttivo. E molto legato al solo “vedere” e ad un modo distaccato di rapportarsi all’arte. Più consono sembra essere il termine “fruitore”, più universale, anche se un po’ inusuale. Bisogna riconoscere che molti, nell’ambito dell’estetica analitica, sottolineano l’importanza del momento della fruizione nella spiegazione dell’arte. Negli ultimi cinquant’anni si è discusso molto sull’importanza della ricezione, e della interazione.  Forse è arrivato il momento di provare a capire il significato dell’arte per le persone, cosa accade quando ci si trova di fronte ad un’opera, perché coinvolge o perché la si rifiuta. Forse, ciò che l’opera stessa si aspetta dal pubblico è, prima di tutto, il suo completamento. Stabilendo così una giusta reciprocità del rapporto tra artista e fruitore.  Le differenze tra oggetti estetici e oggetti generici devono essere considerati, poiché ogni oggetto richiede il riconoscimento di un soggetto che percepisce. E ‘l’esperienza comune di tali oggetti di uso quotidiano che permette di comprendere i loro vari usi. Al contrario, l’oggetto estetico deve essere vissuto in prima persona. Un quadro pittorico viene creato per essere fruito. Esser visto ad una certa distanza e da un certo punto di osservazione.  Ecco cosa dice Michel Foucault: “L’oggetto è ciò che ci dice chi ci parla.” Si confronta dunque con la storia delle idee, con la storia delle scienze. L’oggetto è il risultato di un’elaborazione concettuale dove “l’archeologia” rimpiazza “la Storia”. È a partire da questo concetto e dal suo rapporto con l’archeologia, che Foucault si afferma come il pensatore della discontinuità storica, pensatore della rottura. Foucault è considerato come uno dei principali filosofi e storici della cultura del Novecento, soprattutto per merito di una visione del mondo multiforme e di uno stile speculativo interdisciplinare. L’analisi di Foucault si applica alle dinamiche del sistema di potere in seno al contesto sociale, alle relazioni tra potere collettivo ed identità individuale, oltre che stabilire una sorta di mappa delle regole rivolta archeologicamente al passato, ma al fine di trarre delle interpretazioni e delle valutazioni utili per il presente. Per molti artisti postmoderni, al fine di concepire il mondo, si deve fare uso delle caratteristiche del mondo stesso. Qualsiasi concetto dell’immaginario deve svilupparsi ed essere radicato nella realtà, nelle forme reali e composizioni; ciò che immaginiamo è un amalgama di quelle cose che abbiamo visto. Per Foucault la cultura non è determinata in alcun modo dal soggetto, che, come hanno dimostrato le scienze umane, è influenzato più di quanto non sembri da infrastrutture mentali inconsce. Nella sua Storia della follia nell’età classica, Foucault realizza una analisi della follia, intesa socialmente, come un fenomeno da reprimere, controllare, imbrigliare in qualche modo. Foucault sottolinea altresì l’energia creativa, vitalistica della follia, che è stata rimossa con la volontà di costruire un argine tra normali e non. A prima vista, non sembra esserci alcuna cosa in comune tra il mondo dell’oggetto estetico e il mondo reale – cioè, se si identifica il “reale” con “oggettivo”. L’oggetto estetico rivela un mondo che è soggettivo. Dunque, non è con il mondo oggettivo, come concepito dalla scienza, che si dovrebbe confrontare l’oggetto estetico. Il confronto deve essere con il mondo reale. Con la realtà dell’uomo. Si sente spesso lodare l’arte e la sua bellezza. Poi però Pompei crolla per incuria. Non è più convincente la versione che di fronte ai tanti eventi vergognosi che hanno coinvolto il patrimonio artistico nazionale si limita a puntare il dito contro questo o quel politico, contro questo o quell’altro amministratore incapace. Senza dubbio, la classe dirigente di questo paese ha più volte dato prova di ignoranza, malafede e incapacità. Tuttavia quello che più conta, credo, è capire il pensiero che fa da sfondo all’incapacità politica e amministrativa. Sotto il velo all’ignoranza di alcuni amministratori c’è la totale mancanza di comprensione del valore dell’arte, sotto alla malafede di chi lascia devastare il patrimonio artistico c’è l’idea che tutto sommato “l’arte non è commestibile”. Potrebbe risultare indigesta. “L’arte è bella però…”. E’ un problema politico-culturale, non amministrativo. La fruizione di un’opera d’arte non è e non potrebbe mai essere “asettica”, il fruitore entra in rapporto con essa, gioca con essa, interagisce con essa. Andando alla ricerca di definire la società attuale e a delinearne possibili futuri.  Oggi, come mai prima, il fruitore di opere creative sembra occupare una posizione meno passiva che in passato. Lo stesso, per esempio, consente all’opera bidimensionale di acquisire caratteristiche tridimensionali: l’artista dipinge su una tela bidimensionale un paesaggio che il fruitore vede come dotato di profondità; così facendo attribuisce all’opera un significato altro. Un significato che gli potrebbe indicare il solco da tracciare per costruirsi un futuro diverso.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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