Benedetto bisogno

Benedetto bisogno

Antonio Dovico —

Tra le tante spine che angustiano l’uomo del terzo millennio ve n’è una, non molto dolorosa, ma non per questo meno fastidiosa: la sovrapproduzione di spazzatura domestica.

All’alba della mia vit il problema non esisteva, perché non si produceva spazzatura. I rifiuti della mensa erano molto graditi dagli animali domestici, come il maiale, le galline, i gatti. Ma attenti a non intendere per rifiuti pezzi di pane, di carne o piatti interi di pasta. Mai pensarlo. La poca carta nella quale si avvolgeva la pasta o qualche oggetto di bottega, quando non veniva riutilizzata, si usava per ‘appiccicare u focu a ligna o a carbuni’. Quando si spazzava la casa, quello che si raccoglieva era il pulviscolo atmosferico, sotto forma di ‘scioccu’, e qualche altra piccola mondezza di poco volume. Si apriva la finestra e… pafft , si affidava al vento per disperderla o al suolo per accoglierla. Le buste di plastica dell’alimentarista? Ci sarebbe voluta la fantasia di Giulio Verne per pensarle, prima che fossero entrate in uso Una salvietta variopinta buona per trecentosessantacinque giorni all’anno. I contenitori tetrapak? Idem come sopra. Le bottiglie di plastica della Coca Cola o della Sprite? Sconosciute anche agli americani, benemeriti (!?) inventori dell’usa e getta!

Ricordo la forma e il colore della bottiglia (di vetro) del Cardinale, più di quanto ricordi il volto di mio nonno, che su questa terra faceva il falegname e Lassù s’è messo in società col collega san Giuseppe, da 54 anni. ‘Levava’ tre quarti di litro, la bottiglia del Cardinale, bianco trasparente. La portava piena d’olio fino alla radice del lungo collo, facendo lavorare mio padre per almeno mezza giornata, come contropartita.

Meno vivido il ricordo della bottiglia di mia nonna, perché dalle caratteristiche molto comuni, ma in compenso ricordo l’agitazione della mia ava quando qualcuno, durante i pasti, la metteva ‘npunta’, anziché al centro della tavola. Quando si rompeva un bicchiere, era una iattura da deprecare.

Solo la benefica omertà degli astanti una volta salvò mio padre da ingiunzione di pagamento coatto, e sull’unghia,  per la rottura di un bicchiere. Lo aveva rotto giocando a carte. La barista, sentendo il frangersi del vetro, si era precipitata adirata per scoprire il colpevole. Tutti muti: nessuno aveva visto o sentito niente.

Ora chi vuole neghi pure che il bisogno abbia una funzione morigeratrice nella vita dell’uomo, ma io l’ho affermato e continuo ad affermarlo. A quei grassoni che usano il loro ventre per depositarvi il cibo…  che è avanzato dopo essersi saziati, preferisco i magroni tipo quel noto uomo politico che i leoni della foresta lascerebbero scorrazzare liberamente per la savana, viste le gambe di gazzella e il collo lungo e ossuto, come il resto del corpo, che dopo la fatica delle mascelle, avrebbe lasciato nei felini “più fame che pria”.

Col “santo bisogno” starebbero meglio anche quegli scansafatiche che non procedono di un metro, se non col culo appiccicato sul sedile dell’auto. Non avendo il denaro per acquistare carburante da sprecare, certamente guadagnerebbero in salute e in stima di s, scoprendosi capaci di procedere con le loro gambe apparentemente anchilosate.

E che dire degli irriducibili fumatori?

Per essi  recitiamo una poesia di Giuseppe Gioacchino Belli.

 

Ma per amor del ciel, dimmi figliuolo

in qual nuovo anfanar tu se’ venuto,

che un sigaro t’imbecchi ogni minuto,

sino a parerne un tizzo o un fumajolo?

 

Tu?! Così mingherlino e tristanzuolo,

sparutel, segaligno e lanternuto,

che se ti soffia addosso uno starnuto

te ne voli in Sicilia o nel tirolo!

 

.                                           Deh, al tuo petto sottil non crescer dànno

né ridurti la bocca a un letamajo,

sol per far quello che cent’altri fanno,

E la morte che paghi al tabaccajo

fòlle, cangiala in libri, e ti daranno

viver più lungo ed onorato e gajo.

 

Anche in questo caso il “santo bisogno” saprebbe suggerire bene se spendere la mezza lira per il pane, o per il tabacco.

Se non ci fosse il bisogno? Elementare, Watson: non esisterebbe la ricchezza. La molla più potente che spinge l’uomo fuori dal letto, o che gli fa spiccicare il culo dalla sedia, è proprio il bisogno.

 

 

Rivisitazione del 13 agosto ’06

Ultima modifica dell’ 1 agosto 2013

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