Dedicato ad una Margherita scema di petali e di corolla

Dedicato ad una Margherita scema di petali e di corolla

Il seme dell’Universo

Antonio Dovico  –  Nella sua sete di conoscenza l’uomo del nuovo millennio continua ad esplorare le vie tracciate nel vecchio. Molte scoperte sono state fatte sul genoma e sulle funzioni dei geni.

I meccanismi della vita diventano sempre più trasparenti. L’uomo comune ha la sensazione che gli scienziati abbiano in mano la chiave per la conoscenza di tutto quanto concerne l’uomo e il suo destino. La stessa sensazione non si ha invece riguardo all’Universo. Ciò che si sa di esso, non basta a fare la differenza cognitiva neppure tra un uomo e un gatto. Né l’uno né l’altro sa se l’universo sia  finito o infinito.

Nessuno dei due può dire quante galassie in esso esistano, tantomeno come è venuto all’esistenza e se durerà in eterno oppure prima o poi collasserà. Il mistero più fitto lo avvolge. E neppure sotto l’aspetto filosofico è agevole ragionare sul perché della sua esistenza, visto che a tutt’oggi nessuno strumento, pur sofisticato, ha potuto rilevare presenza di vita nelle aree finora esplorate.

Ma se scienza e filosofia non possono far luce su un problema immensamente (avverbio sufficiente a designare qualsiasi grandezza riguardante le cose umane, ma ‘immensamente’ ridicolo se applicato alle cose che le trascendono: infatti la Trascendenza per sua natura sfugge a qualsiasi categoria umana, quindi nessun concetto o mezzo espressivo della specie può congruamente rappresentarla) arduo, che ha tutto l’aspetto dell’enigma assurdo, che può essere risolto soltanto dal proponente, il quale sa – lui solo – la risposta. Gli appassionati di lirica pensino a Turandot, la quale proponeva degli enigmi impossibili ai suoi aspiranti, che non potendo rispondere, anziché guadagnare il cuore della crudele principessa, perdevano la loro testa sul ceppo del boia. Oppure per chi conosce la storia di Sansone, l’enigma che egli pone ai filistei è irrisolvibile per chiunque, tranne per lui che l’ha concepito.

 

L’Universo, al pari dei due esempi riportati, è un enigma che ci propone il suo Creatore. Per trovare la risposta esatta, non si può fare a meno di allearsi con Lui. Detto in parole semplici, la scienza e la filosofia, da sole, non possono cavare un ragno dal buco: hanno bisogno della teologia. Ma non soltanto in questo caso: sempre! Ogniqualvolta studiosi di qualsiasi tipo si trovano di fronte un muro invalicabile che impedisce loro di proseguire nelle loro ricerche, dovrebbero dire con umiltà: ecco, noi non possiamo andare oltre questo ostacolo, ma siccome sappiamo che tutto ciò che cade sotto i nostri sensi – sia esso di natura concreta o astratta, per il fatto stesso di esistere –  deve avere una storia, virtuale per gli uomini, ma fattuale per l’autore del progetto,  la nostra incapacità a ‘leggere’ in un libro dai caratteri ‘invisibili’ per il nostro occhio, ci deve fare abbassare la fronte, riconoscendo che c’è invece chi quel libro può leggerlo, perché è amico di Colui che lo ha scritto.

 

Tutti sappiamo che il nostro satellite – la luna – è ad un tiro di schioppo dalla terra, se è vero che è stato raggiunto in tre giorni di viaggio. Si pretende di sapere tutto sulla luna, perché è stata vista de visu, e perché alcuni campioni del suo suolo sono stati prelevati ed esaminati nei laboratori terrestri.

La domanda che si pone un profano è: bastano pochi metri quadrati di terreno per sentenziare su tutto un pianeta? Se un extraterrestre portasse un po’ di sabbia del deserto ai suoi simili, questi sarebbero nel giusto se arguissero che sulla terra non c’è acqua né vita?

Con questo non voglio dire che sulla luna ci sia la vita, ma suggerire un po’ di cautela.

 

Cercando di conoscere, non dico notizie sull’universo, perché non possono esservi, ma opinioni a suo riguardo, ne ho incontrata una del tutto originale espressa dal filosofo indiano Śrīla Prabhupāda, che è il fondatore dell’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krsna, il quale ipotizza che l’universo materiale sarebbe una specie di miraggio. Quando non esistono certezze scientifiche, anche le idee più strampalate possono essere manifestate. Queste considerazioni mi rendono audace, autorizzandomi a formularne qualcuna. Niente di originale, però. Infatti lo spunto me lo fornisce una enciclopedia molto diffusa, nella quale si legge della costante espansione dell’Universo nello spazio, secondo la teoria più accettata da molti scienziati, ma che questa espansione ad un certo punto cesserà, dando inizio ad una graduale contrazione. Fantastico. La deduzione conseguente è che il risultato finale sarebbe un riportare tutto l’Universo alla dimensione originaria di un piccolo globulo. Questo lo afferma un’enciclopedia. Teoria, naturalmente, senza il supporto scientifico della prova. Ma la base perché ciò abbia fondamento verosimile ce la fornisce la fisica atomica.

 

Non mi piace copiare formule scientifiche dove si leggono numeri espressi con esponenti alla quarantesima potenza, che non fanno parte del mio bagaglio culturale. Mi basta comunicare con parole semplici quanto ho appreso da un libro di scuola media. Vi si legge della meraviglia che susciterebbe un viaggiatore, il quale per alzare una valigia non più grande di un pacchetto di sigarette, chiamasse cinque facchini per aiutarlo, non riuscendo tuttavia nell’intento neppure in sei.

Ma, meraviglia delle meraviglie, che cosa contiene la valigia? Qualcosa della dimensione di un granello di sabbia, la quale, posta sulla bilancia, peserebbe diverse tonnellate. Sembra una favola, però io la bevo per verità. Mi spiego perché.

 

I miliardi di galassie ipotizzate dagli astrofisici, formate da centinaia di miliardi di stelle, potrebbero pure essere dei miraggi, come detto sopra, ma la nostra terra con tutti gli altri corpi celesti del sistema solare, sono certamente corpi materiali tangibili. Allora dobbiamo risponderci da dove viene l’immensa massa di materia che li costituisce.

I fisici nucleari ci spiegano perché il contenuto della valigia è così pesante. Qualsiasi oggetto materiale che all’occhio umano appare compatto, è in realtà costituito essenzialmente da spazi vuoti. Se questi potessero essere eliminati, lasciando il posto alla materia pura concentrata, ciò che rimarrebbe di un’automobile, sarebbe quasi invisibile ad occhio nudo.

 

Mettendo in relazione quanto appreso con l’inizio dell’Universo, svanisce all’istante il mistero della provenienza della materia nella sua immensità. Il problema diventa esiguo, come esigua è la massa iniziale del globulo, che avrebbe dato origine all’Universo. Problema modesto(!), ma ancora irrisolto. Lo riprenderemo dopo averne sfiorato un altro non meno importante di quello che ci schiacciava prima, e che, per la verità, non ho mai sentito trattare da nessuno. Infatti, tutti s’interrogano sull’origine della materia primordiale, ma non mi risulta che si facciano domande sulla provenienza del fuoco che ha reso incandescente la materia.

Il premio nobel S. Weinberg, formulando un’ipotesi sui primi tre minuti iniziali, sostiene che dopo circa un centesimo di secondo dall’esplosione, la temperatura dell’universo si aggirava intorno ai cento miliardi di gradi centigradi, per poi scendere, gradualmente, alla fine dei tre minuti, a un miliardo di gradi. Bazzecole, vero?  Forse. Ma chi possedeva, allora, un arsenale atomico con centomila bombe (una sola sviluppa un calore superiore al milione di gradi) e il   know-how per sommare la potenza del calore?

 

Notoriamente la scienza degli uomini attinge credibilità e prestigio dal fatto che riesce a penetrare in profondità nei segreti della natura. Quando la scoperta di qualcosa non è casuale, ma frutto di accurate investigazioni, il primo passo lo compie il pensiero. Al pensiero segue l’ipotesi; all’ipotesi, la ricerca; a questa la sperimentazione. Se il risultato corrisponde all’aspettativa, si ottiene la certezza scientifica. La scienza seria non accetta per vero quanto non è provabile secondo le proprie regole. Per essa, i miracoli, per esempio, non possono avvenire,  perché sono contro le leggi naturali.

Facciamo conto che ciò sia vero. Ma c’è un miracolo che non può essere oggetto di negazione: l’Universo.

 

Gli scienziati sono concordi nel credere che esso abbia avuto un inizio. Essi stessi affermano che la materia iniziale da cui si è sviluppato era di dimensioni pressoché submicroscopiche. Nonostante ciò, rimane il quesito della sua provenienza. A questo, però, risponde la scienza moderna. Se è vero quanto essa postula, e cioè che la materia si trasforma in energia (questa è una certezza alla portata di tutti), e l’energia in materia, allora eccoci spiegato l’arcano. Non esistendo le condizioni perché l’energia si potesse sprigionare da delle combinazioni di leggi naturali esistenti, ecco che s’impone la necessità di ipotizzare, e quindi individuare, una   energia preesistente. A questo punto il ricercatore si trova davanti un muro insormontabile da un lato, e una strada aperta dall’altro. Può scegliere di arrendersi lasciando insoluto il problema, oppure  proseguire per la strada che trascende la comprensione ateistica umana. La scelta è inevitabile come inevitabile è la scissione in due categorie degli scienziati. Gli umili che accolgono la fede, e i superbi che la rifiutano. Questi saranno per sempre come aquile senza ali: non potranno mai superare il muro che li ostacola e mai vedranno il  Creato dall’alto.

 

 

Dopo tanto argomentare pseudo scientifico, sarebbe logico chiudere il discorso qui, avendo dato conto del significato del titolo di questo saggio. Resterebbe sospesa però una domanda cui non ho ancora dato risposta. Precisamente quella filosofica. In un quadro teologico, qual’è la finalità dell’universo? Considerata la sua immensità (vedi inciso all’inizio), e la sua apparente non necessità, non risultando, a conoscenza d’uomo, alcuna parte di esso abitata, tranne la nostra terra la cui dimensione risulta quasi invisibile su un atlante astronomico nel quale è rappresentata, non possiamo fare a meno di chiederci: perché è stato creato l’Universo? Azzardo un’umile risposta. Essendovi al centro, apparentemente, soltanto l’Uomo (quello primigenio, a immagine di Dio), non è, per caso, per l’altissima considerazione che il Creatore aveva per la sua creatura prediletta, alla cui contemplazione aveva offerto simile meraviglia perchè riflettesse, su se stesso e sul suo Fattore?

 

                                                                         Concludendo

 

Se sono stato chiaro, come spero,   nell’enucleare i concetti esposti, credo che non si può prescindere dall’accettare l’unica conclusione possibile.

 

Tutta la materia proviene da un’unica fonte d’energia. La lettera minuscola – per cotanta potenza – è però inadeguata: merita caratteri cubitali. “ENERGIA!”.

Chi vuole, pensi pure al Caso, alla Natura, agli dèi della mitologia. Per conto mio, preferisco e profferisco la parola tanto usata dai  bestemmiatori per offendere, e altrettanto negletta da chi dovrebbe esaltarla ad ogni minuto:

Dio!   Suo è il seme dell’Universo!

 

08 ottobre 2001

 

 

Aggiornamento dopo Ginevra

 

Primo agosto 2012

 

Attenti alla date. Mi aveva  stimolato a scrivere l’articolo che abbiamo letto, Margherita Hack, la quale, avendo narrato in televisione le meraviglie del cosmo, il conduttore l’ha stuzzicata, chiedendole se secondo lei tutto fosse opera del “caso” oppure  di Dio. Rispose beffarda, col suo tipico accento toscano, che: solo i bimbi possono credere che ci sia un Dio. (le parole non sono testuali)  La scoperta del bosone ipotizzato da Higgs (ateo), ovvero della particella latitante ( submicroscopico globulo) che  qualcuno aveva denominato “goddamn” = “maledetta – dannata”, divulgata in tutto il mondo il 4 luglio ’12, mi ha fatto sobbalzare di sorpresa. Dunque, nello scrivere quanto  avete letto, avevo scelto l’ ipotesi più verosimile, se non quella giusta.

 

La particella “dannata”, venuta alla luce nell’esperimento del CERN di Ginevra il 4 luglio 2012 –  suggerì il titolo univoco più appropriato a tutti i giornali: “SCOPERTA LA PARTICELLA DI DIO”.  Dunque , Dio non è morto: ha battuto un colpo!

 

Morte di Margherita Hack

 

Alle 4.30 di stamattina Margherita Hack ha lasciato la fuggevole vita terrena, per entrare nell’eternità assoluta. Margherita, da atea convinta, non ha mai creduto nell’eternità  insegnata dai preti, e non abbiamo notizia se lei, nell’ultimo barlume di coscienza, abbia mantenuto ferma la sua convinzione. Se è come sempre lei ha pensato, che “dio ‘un c’è”, e che tutto s’è fatto da sé, a iniziare dall’universo, allora, non deve temere le pene dell’inferno, e neppure una noiosa eternità nel Paradiso Celeste. Se non esiste questo tipo di eternità, è innegabile che morendo si entra comunque in una eternità: quella del NULLA ETERNO. Desolante, per una scienziata abituata alla ribalta della cronaca. Sulla terra resterà la fama di Margherita Hack, è vero, quella fama che gli uomini inseguono per soddisfare il proprio ego smisurato, mai sazio di lodi. Ma anche se la fama fosse eterna, quale giovamento porta a chi l’ha ottenuta? Quanto può durare, comunque, la fama di una scienziata che crede “orfane di padre” e di madre le sue amate stelle?  Qual è la verità riguardo all’origine dell’universo, quella a cui ha creduto la Hack, o le cento altre a cui credono tanti suoi pur illustri colleghi? Margherita non può più ascoltare, ma da cristiano voglio augurarle che se stanotte non è andata incontro al NULLA ETERNO, sia invece approdata alla porta di Pietro, di cui oggi ricorre la festa. Grande è la misericordia del “Dio” maiuscolo al quale secondo la scienziata possono credere soltanto i “bambini” (alle orecchie del lettore la parola risuoni con accento fiorentino, così come l’ho sentita io). Un monito a quelli che la pensano come lei, e sono tanti: Attenzione, mentre siamo in tempo. Non c’è un “Dopo” per riparare. Le carte dell’eternità si giocano sulla terra. La Verità non è quella che ciascuno di noi si fabbrica a proprio uso e consumo. La VERITA’ è oggettiva, non si adatta ai soggetti. Resta tale, ad onta della grandezza (ridicola) del misero pensiero  umano.

 

29 giugno 2013

 

Appendice (staccata) a “Il seme dell’Universo”

 

 

Peter Higgs a Wired: “Basta chiamare il bosone particella di Dio”.

 

07 ottobre 2013  –  di Davide Ludovisi

 

Il titolo del giornale on-line mi attira, per via di un mio saggio intitolato “Il seme dell’Universo”, scritto nel 2001 e diffuso da me  in vari modi, soliti e insoliti. Il lettore che lo legge dopo la scoperta del  bosone Higgs – avvenuta il 04 luglio 2012 -,  in calce vi trova appunti, quali aggiornamenti e appendici.

Come è noto, a Higgs e a François Englert, recentemente è stato assegnato il Nobel per la Fisica 2013, per aver formulato, autonomamente, la medesima ipotesi sulla particella latitante, che qualcuno aveva denominato “dannata”, definizione addolcita poi da altri in: “Particella di Dio”. Entrambi i fisici, la riconoscevano risolutiva per convalidare la teoria del Big Bang.

Leggendo il titolo in cima a questa pagina, ho fatto un sobbalzo per la sorpresa.

 

Peter Higgs a Wired. “Basta chiamare il bosone Particella di Dio”.

 

Credevo che il titolo fosse a sensazione per adescare il lettore a leggerlo. Mi sbagliavo: leggendo il testo intero, il titolo non mentiva. Incredibile scetticismo di chi condivide una gigantesca ipotesi scientifica che diventerebbe certezza quando si scovasse il tassello finale che la renderebbe completa e vera.

 

Trovato il tassello dopo circa quarant’anni dall’averlo ipotizzato, Higgs esulta per la sua mirabile intuizione,

ma rimane fermo nella sua certezza ateistica. Che dire? Allora, se dopo tante supposizioni, che per essere riconosciute corrette hanno richiesto – è intuibile – una infinità di operazioni matematiche concatenate di estrema complessità e, finalmente, trovata la particella latitante, che comunque la si chiami, è quella che mancava per la soluzione del problema, davvero a Higgs viene l’orticaria se qualcuno chiama il suo bosone particella di Dio?

 

Mister Higgs, se la paternità dell’Universo non appartiene a Dio, allora, di grazia, ci vuole dire da dove è spuntata quel po’ po’ di materia che ci fa pensare? Se non viene da Dio, in alternativa rimane il caso! Per il tempo che le resta da vivere su questa terra, “please”, mister Higgs, approfondisca la onniscienza e l’onnipotenza del caso, tanto quanto basta per provarci ALDILA’ DI OGNI DUBBIO che tutto è opera sua, e sarà per lei un altro Nobel.

 

“E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete,

guarderete, ma non vedrete.

Perchè il cuore di questo popolo

si è indurito, son diventati duri di orecchi,

e hanno chiuso gli occhi,

per non vedere con gli occhi,

non sentire con gli orecchi

e non intendere con il cuore e convertirsi,

e io li risani”.

Matteo Cap.13, vers. 14,15

 Antonio Dovico

20 ottobre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articoli simili

Posta un commento