La Costituzione della Repubblica Italiana

La Costituzione della Repubblica Italiana

Antonio Dovico  4) –  Articolo 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo.
 
Nelle poche miglia di distanza dal porto alla sua abitazione, Peppino mi informò che il giorno seguente sarei andato a lavorare in un ditta italiana (quando ci penso: che disappunto!) e gli chiesi subito: perché proprio in una ditta italiana? Mi rispose senza esitazione: Sobbalzai dal sedile per la sorpresa!: GLI ITALIANI PAGANO DI PIU’? Incredibile!
 
Lasciai l’Italia in aprile, quando già era iniziato un quarantotto, e si reclamavano diritti svariati, ma soprattutto salariali – contro i padroni -, e in Australia i padroni italiani pagano  salari più alti degli altri? Sconvolgente! Ma non è tutto: c’è un crescendo di sorprese.
 
Metto piede nel Wiokshop (laboratorio), passano giorni e nessuno mi assegna un lavoro. Arriva il venerdì, giorno di paga settimanale, mi metto in fila, (in stile inglese, per fortuna)
 
e assaporo i primi dollari australiani. In tasca mi bruciavano come se li avessi rapinati.
 
La settimana seguente? Fotocopia della prima. Allora prendo di petto Jhon, giovane foreman (capo reparto) romano e gli dico: John, io ho preso due settimane di paga senza aver reso alcun profitto. In Italia facevo l’artigiano e sudavo per guadagnare mille lire. Non mi piace mangiare pane a tradimento; non ce n’è lavoro per me? Ma che te ne frega del lavoro, se noi ti paghiamo? No John, se non mi dai qualcosa da fare, io me ne vado! Capì che facevo sul serio, mi portò in un deposito di attrezzature in disuso: scelsi subbie, scalpelli, punte di martelli pneumatici bolsi, e, utilizzando il fuoco di una forgia per renderli malleabili, mi diedi a snellirli a martellate, con fatica e sudore. Intanto era evidente che il lavoro scarseggiava per tutti. L’azienda aveva costruito  una raffineria di petrolio per la British  Petroleum , e si era ormai ai residui. Non c’erano in vista altre commesse, e il ritmo di lavoro era diventato fiacco. Il più cretino degli artigiani conosce  per ferrea esperienza la necessità di tenere il ritmo giusto, per ottenere il vitale profitto, senza profitto la ditta va a gambe per aria. Per un paio di mesi mi chiedevo: ma qui non governano le leggi dell’economia? Si, certo, solo che prevaleva la speranza che arrivasse al più presto una buona commessa. Fin quando un venerdì,  giorno di paga – lo ricordo -, non vidi  i capifila tirare ad ad uno fuori dalla busta paga un bigliettino bianco. La scena mi fece pensare: cosa ci’ poteva essere  scritto in  quel bigliettino. Arrivò il mio turno e mi fu chiaro. Si comunicava il licenziamento. Incondizionato: senza preavviso, senza tempo né perché. Specificazione inutile. Il normale buon senso rispondeva alla domanda. Nessuna legge impediva ad una azienda di licenziare a propria convenienza. Semplice fisiologia del lavoro che detta il da farsi secondo la congiuntura del momento. Nessuno può essere più interessato del “padrone” alla buona salute della propria azienda. Ne misura la febbre, la pressione del sangue e si regola per mantenerla efficiente e vitale al massimo. Si può ravvisare in questo l’ interesse egoistico, che non si nega che ci sia, ma che sia anche collettivo, oltre che egoistico. Si capirà perché nel prosieguo del racconto, per chi lo vorrà capire. (segue)
 
 

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