Disastro Italia. Breve ricognizione di una storia vissuta

Disastro Italia. Breve ricognizione di una storia vissuta

Antonio Dovico – parte 1 di 4 —
 
 L’intenzione originaria del titolo era: “Disastro Sicilia”, ma un lampo improvviso mi ha illuminato: l’argomento limitato alla sola Sicilia non sarebbe stato  aggiornato coi tempi correnti, né abbastanza esaustivo, se non contemplato alla luce di un regresso generalizzato della nazione Italia. Si può dire che il male di cui soffre la Sicilia  ha contagiato il continente e  abbranca nella sua morsa la nazione tutta, rendendola vaso di coccio tra vasi d’acciaio. Se questa è la situazione, una causa ci deve essere, e va trovata. Il senno di poi non serve per riparare i guasti, ma serve sicuramente per individuarne le cause. Questo mi propongo di fare, risparmiando  parole il più possibile. 
 
Quando, a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, in Italia s’è avviato il processo d’industrializzazione, localizzandolo esclusivamente al nord, è stato fatto l’errore più madornale che si potesse concepire. Da parte di chi? Dei governanti in primis, e degli industriali in seconda battuta; limito il campo d’analisi a questi due soli soggetti  per … economia di parole! 
 
Mi domando: “intento”  consapevolmente malizioso, oppure marchiana superficialità da parte di chi ha aderito al progetto di un’Italia nuova, sbagliando i conti? Fosse per l’uno o per l’altro  caso, è innegabile che tutta l’Italia  oggi cammina su filo del rasoio.
 
Fatta questa necessaria premessa, esamino a modo mio (perché non fidarmi di me stesso, quando i grandi profeti dell’economia mondiale  si rivelano uno dopo l’altro dei profetucoli da barzelletta?) e senza fare ricorso a dati d’archivio a favore o contro la tesi che vado a sostenere, solo a lume di ragione, come si usa dire. 
 
È meno compromettente e più agevole escludere la “malizia” dei protagonisti che hanno gettato le basi di questa rovinosa situazione economica italiana. E quel ch’è peggio, il contorno  umano attorno alla situazione è disperante, e non s’intravvedono vie d’uscita.
 
Superficialità, incompetenza, disonestà e quant’ altro, di  quelli che guidano la diligenza, sono un potenziale più che idoneo per portare sull’orlo del baratro una nazione che in passato poteva vantarsi di essere una potenza industriale-economica  di tutto rispetto, nel mondo. 
 
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Convenzionalmente fare  analisi storiche è di pertinenza di studiosi della materia che si vuole trattare, e gli incompetenti dovrebbero starsene quieti nel loro cantuccio. Così dovrebbe essere, ma io sono molto diffidente delle pozioni che mi dà  la storia degli Storici, e inoltre sono molto presuntuoso. Per l’età che ho, ho “vissuto” la storia degli ultimi sessant’anni, e l’ho “letta” man mano che si dipanava sulla scena reale, e non da un copione più o meno fedele ai fatti. 
 
Ricordo da bambino la Sicilia povera del periodo bellico e post-bellico, ma tuttavia autosufficiente riguardo ai prodotti alimentari e ai manufatti artigianali. Ricordo il fervore di opifici dalla produzione diversificata, e delle botteghe artigiane che producevano tutto quanto era necessario all’interno della casa, nonché ai bisogni primari delle persone; come il  mobilio, il vestiario,  le calzature etc. Gli attrezzi manuali indispensabili per il lavoro, dentro e fuori casa. Tutta roba che ora importiamo. Ricordo la laboriosità dei contadini che davano l’anima per estrarre il pane dalla terra,  i vagoni e le navi stipati di prodotti agricoli che risalivano la penisola, andando anche oltre. Insieme alla laboriosità, ricordo la capacità di ingegnarsi di tutti i siciliani che vivevano della propria fatica stentatamente sì,  ma dignitosamente. Disumana fatica fisica per tutti, incluso me che l’ho provata in prima persona, quando le macchine coadiutrici non esistevano.
 
 Sono stato per due decenni a stretto contatto coi contadini, e pochi possono parlare delle loro passate miserie, quanto me. Non era vita, la loro, tuttavia non avrebbero lasciato la terra, se non fossero stati adescati dai signori del nord a trasferirvisi per lavorare nelle loro industrie. Quando questo avvenne,  sembrò una fortuna, ma col senno di oggi, il mio (senno), risibile per chi tale vuole ritenerlo,  può essere reputata una disgrazia nazionale. 
 
Conoscevo per diretta esperienza il modo arcaico di coltivare la terra di noi siciliani. Conoscevo pure latifondisti che lasciavano nell’abbandono decine di ettari di terreno per sovrabbondanza, e per il reddito scarso che potevano dare. Ragionevolmente fu concepita la Riforma Agraria  per assegnare le terre incolte direttamente ai contadini, i quali, trasformandosi da braccianti in piccoli proprietari terrieri, con comprensibile entusiasmo e passione, avrebbero fatto fiorire miracolosamente giardini anche nel deserto, sogno inconcepibile per noi, ma  reso brillantemente realtà da Israele. 
 
 Mentre scrivo, mi si affaccia alla memoria visiva la distinta figura di Tano Marcello, persona oltre che di bell’aspetto, anche gradevole nei modi di agire e nella conversazione. Un bracciante che la Riforma Agrariaaveva trasformato in agricoltore diretto. Si mise a bonificare il terreno infertile con grande lena, portandolo presto a frutto, e creando di conseguenza occupazione autonoma per sé e per i figli che crescevano. 
 
Ho voluto riferire della diretta conoscenza dell’attività di un assegnatario della Riforma Agraria, per rendere onore a quei siciliani che sanno rimboccarsi le maniche, non meno degli israeliani. E, mi si consenta; il siciliano che si rimbocca le maniche accettando la dura fatica, se in buona compagnia, non riscatta soltanto sé, ma la Sicilia tutta, dalla brutta immagine che riflette nel mondo a causa del servilismo politico a cui si assoggettano cittadini-elettori sfaticati, spesso privi di dignità personale e di morale pubblica, quando vanno a bussare alla porta  di uno che ha potere e  promette di procurare “occupazione”, parassitaria, naturalmente. Quale sia il riverbero di questa prassi sulla salubrità della società  intera, lo lascio pensare al lettore. (continua)
 
 
 
 
 

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