Thyssenkrupp, una ferita sempre aperta

Thyssenkrupp, una ferita sempre aperta

Salvino Cavallaro – Dieci anni sono passati da quel maledetto 5 dicembre 2007 in cui trovarono la morte sette operai nell’incendio dell’acciaieria di Corso Regina a Torino. Eppure sembra ieri, sembra che nulla sia cambiato nel dolore di quell’impressionante notte di fuoco e fiamme divoratrici di persone che lavoravano per vivere e non per morire. Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, ovvero sette vite distrutte per l’intemperanza altrui, perché ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile per l’intera società. La memoria deve servire non solo a tramandare negli anni certi insegnamenti alle nuove generazioni, ma deve essere da monito a non sbagliare più e non prendere con leggerezza ciò che invece è urgente per la sicurezza della vita. L’importanza della prevenzione deve essere costante, non si può mai abbassare la guardia su certe cose. Il racconto dei parenti delle vittime del rogo è ancora forte, accorato, commovente come se fosse successo ieri, mentre la voce dell’unico sopravvissuto a quella tragedia, Antonio Boccuzzi, è sempre rotta dal dolore e di tanti pensieri che ti legano a un destino che avrebbe potuto essere letale anche per lui. Storie di vita, storie di persone capaci di fare lavori usuranti per poter portare avanti una famiglia, realizzare i propri sogni nel vedere crescere i propri figli per condurli un giorno in un lavoro che sia diverso da quello di papà, migliore e più consono alle proprie attitudini. Ma la fabbrica parla da sé e racconta i momenti, le ore, i giorni, i mesi e gli anni che passano veloci e invecchiano i suoi operai, quelli che timbrano il cartellino al mattino, escono nel primo pomeriggio, e poi, soggetti ad altri turni, entrano in fabbrica la sera per lavorare fino a quando l’alba del nuovo giorno non impone che è arrivato il momento di ritornare a casa. Ma quella notte di dieci anni fa la fabbrica decise di non restituire più i suoi operai ai loro famigliari. L’uomo, più che il destino, è stato la causa di tutto. E adesso non ci resta altro che il ricordo, la memoria che entrerà nella storia dei caduti sul lavoro, ma anche di coloro i quali non hanno fatto nulla per evitare una tragedia che è rogo, che è fuoco, che è distruzione di vite e di tante famiglie a loro legate.

Salvino Cavallaro

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