Pellegrino Giuseppe, intellettuale cattolico. Pubblichiamo a 6 anni dalla scomparsa del personaggio questo articolo di Francesco Mercadante tratto da “Scrittori Italiani”

Pellegrino Giuseppe, intellettuale cattolico. Pubblichiamo a 6 anni dalla scomparsa del personaggio questo articolo di Francesco Mercadante tratto da  “Scrittori Italiani”

Pellegrino Giuseppe

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INTELLETTUALE CATTOLICO

Il prof. Peppino Pellegrino si è spento il 4 aprile 2012   all’età di 89.  Pellegrino docente di Lettere classiche nel Liceo Classico di Milazzo, successivamente preside delle scuole medie “Santa Lucia” di Lipari,  “Garibaldi” e “Rizzo” di Milazzo, fu  promotore dell’apertura a Milazzo dell’Istituto Tecnico Industriale Majorana.

Ma Pellegrino fu soprattutto un credente convinto e un intellettuale di alta statura. Diede vita alla casa editrice SPES molto apprezzata per i contributi alla conoscenza dei migliori uomini di cultura a livello nazionale come Federico Sciacca , Filippo Bartolone, Vittorio Enzo Alfieri.

La maggiore passione di Pellegrino era comunque quella rivolta grande filosofo cattolico Antonio Rosmini. Non mancava mai di partecipare a Stresa alle giornate rosminiane e aveva curato, per conto della sua casa editrice, parecchi volumi che riguardavano il pensiero dell’illustre filosofo.

Peppino Pellegrino

 

Aveva promosso in tutta Italia  la conoscenza della  poetessa e mistica rosminiana Angelina Lanza Damiani; tra i tanti cito alcuni volumi da lui curati:  La casa sulla montagna, che ebbe parecchie edizioni , Diario spirituale 1924-1936Itinerario spirituale e artistico di Angelina Lanza Damiani (1879-1936).

Oltre a opere di alta cultura la SPES pubblicò volumi di storia e arte allo scopo di far conconoscere il nostro territorio specie a beneficio delle nuove generazioni.

Autorevoli riviste culturali e quotidiani come Corriere della Sera e Osservatore Romano hanno ospitato recensioni ai volumi da lui pubblicati.

A Milazzo negli anni sessanta rilanciò l’attività della Biblioteca comunale organizzando incontri di alto livello a cui parteciparono  intellettuali e studiosi di grosso calibro . Possiamo affermare senza tema di smentita che quella fu l’epoca d’oro della cultura milazzese.

Sempre negli anni Sessanta, ricoprì l’incarico di Sindaco di Milazzo, per un breve periodo e fu Assessore alla Cultura.

Nel dicembre 2007 il Movimento Cristiano Lavoratori di Milazzo gli aveva consegnato una targa con questa motivazione: Per aver illustrato Milazzo in tutto il Paese con la sua ultracinquantennale attività al servizio della cultura, costruendo di fatto un ponte tra Stresa e la Sicilia nel nome di Rosmini.

Peppino Pellegrino

Il  Comune di Milazzo, addolorato per la sua scomparsa, gli ha reso omaggio con una dichiarazione del  Sindaco:  “Con la dolorosa scomparsa del prof. Peppino Pellegrino – ha detto il sindaco Pino – la città di Milazzo perde uno dei suoi figli più illustri, che ha saputo servirla e onorarla come Amministratore nelle vesti di sindaco, di assessore, di consigliere comunale, ma anche come uomo di punta della scuola, dell’editoria nazionale e della cultura. L’amministrazione comunale, doverosamente memore dei grandi meriti dello scomparso e del bene che ne ha ricevuto l’intera cittadinanza milazzese, gli rende pubblico omaggio”.

Non posso chiudere questo scritto senza ricordare l’amicizia con la mia famiglia, nata quando dal 1950 al 1952  mio fratello Nino Scoglio avava retto come preside il Liceo classico di Milazzo e con Peppino Pellegrino era stato protagonista di indimenticate e indimenticabili iniziative culturali (li vediamo assieme in una foto dell’epoca tratta dalla rivista  “MilazzoNostra”).

Una amicizia che si è cementata nel tempo tanto che non aveva voluto mancare alla presentazione del mio volume “Monforte San Giorgio e il suo territorio nel Medioevo” (vedi foto).

In questo momento di dolore per tutte le persone di cultura del nostro territorio ci auguriamo che la  memoria di Peppino Pellegrino sia onorata come merita e tanti giovani si modellino sul suo entusiamo e sulla sua voglia di fare cultura.

 ***

Come omaggio all’amico prof. Peppino Pellegrino pubblichiamo  un articolo che  ne ripercorre il  cammino culturale e spirituale e ne sottolinea i meriti.

Angelina Lanza nella fedeltà letteraria di Giuseppe Pellegrino di Francesco MERCADANTE in “SCRITTORI ITALIANI”  – Bimestrale del Sindacato libero  scrittori italiani,  Anno III, 4, 2005

 

1. Il «noviziato eroico» di Pellegrino si chiude nel 1944 a Palermo con la sua laurea brillante in storia della letteratura italiana contemporanea, relatore Santini, correlatore Santangelo, tesi di dottorato su Angelina Lanza Damiani, scrittrice palermitana, morta prematuramente nel 1936, l’anno in cui muore Pirandello.

Valgimigli resta però al suo posto d’onore. Il discepolo siciliano più attento ad ogni suo scritto, anche giornalistico, e più attratto dalla sua figura di filologo, di filosofo, di uomo di scuola e specialmente di scrittore, dieci pagine, almeno questo, in una rinnovata edizione di Uomini e scrittori del mio tempo le meritava, magari sul modello delle pagine deliziose, dedicate in quel libro ad Annibale Beggi (pagine tanto apprezzate da Pasquali); o più tardi di quelle, dedicate ad Antonio Fusconi nelMantello di Cebète. E chissà che quelle pagine nel carteggio con Pellegrino, sparse qui e lì, non ci siano.
Perché Pellegrino si vota a Manara Valgimigli, con sacrifici generosi ed assidui, conforme alla misura e forse alla dismisura della religione delle lettere, di rito bolognese, come Renato Serra la fonda e Valgimigli la amministra: e nella quale tuttavia manca, a giudizio di Pasquali, «un’etica di disperato vigore e di disperato amore». Né è chiaro che cosa intenda Pasquali con queste parole; l’insistenza sulla disperazione potrebbe essere interpretata come rifiuto del platonismo esso pure di rito bolognese, professato e insegnato da Francesco Acri: idealismo antipositivistico, sotto il quale Valgimigli scava in profondità, trovando a tratti l’Evangelo. È vero che ne zampilla qualche distillatissima goccia: ma presso altri religiosi della religione delle lettere, tranne forse Ambrosini, neppure quella.

 

2.Tra le tante cause dell’attaccamento di Pellegrino alla sua Sicilia, alla sua Palermo e alla sua Milazzo, bisogna salire l’erta, metaforicamente parlando, fino a La casa sulla montagna, della quale si costituisce per tempo il custode a vita. Soggiorna lassù, a Pianetti, di fronte al santuario di Gibilmanna, almeno due volte l’anno, per quel minimo indispensabile di raccoglimento e per la necessaria ispezione dei luoghi e della fabbrica. Poche le analogie col caso di altri scrittori siciliani stanziali: Tomasi tra Palermo e Palma, Piccolo tra Palermo e Capo d’Orlando, Sciascia tra Palermo e Racalmuto, Bufalino a Comiso, Guccione a Scicli, Sgalambro a Catania, Pugliatti e Ghersi a Messina. Mignosi, invece, volerà via, e sarà dramma. Più e più volte Pellegrino dice di sé di essere un uomo fortunato, raro esempio di uomo di lettere rimasto in ombra, che non si piange addosso, che si trova bene in provincia, perché anche lì si respira: e figurarsi con quanto giovamento sulle prime pendici delle Madonie, specchiandosi nel mare di Cefalù.

Nel 1943, ultimo anno di guerra guerreggiata in Sicilia, egli è chiamato a insegnare lettere per supplenza in una classe ginnasiale di Milazzo. Frequenta quella scuola Pupino (Samonà, ragazzo di quella famiglia famosa, sfollato con tutti i suoi da Palermo (Pupino diventerà poi, come si sa, pittore importante Premio speciale per la cultura, sezione arti figurative, conferito nel 2005 dalla Presidenza del Consiglio dei ministri). Non c’è qui di mezzo, come per Valgimigli, Bruno Lavagnini, ma «una parente dei Samonà, Maria Migliori, umile creatura di profonda religiosità. […] sapendo che ero assai avido di libri, mi diede da leggere La casa sulla montagna, opera di Angelina Lanza [mai sentita nominare dal giovane professore “ammesso per la prima volta a frequentare nella sua città un salotto” dell’aristocrazia]. «Ebbi in mano proprio la prima edizione, Sodalitas, Domodossola 1941, con l’interessante prefazione di Emilio Bodrero, fotografie e un brano del Diario, datato 26 febbraio 1933». «Avvertii subito – continua Pellegrino in una sua intervista – la poesia del libro». Sobrie parole del giovane supplente, che tornano tali e quali con lo stesso accento di discorso in discorso, di scritto in scritto, per tutta una catena di conferme, lunga una vita intera. La sicurezza di giudizio dinanzi all’opera d’arte affonda le radici sia in un modo spontaneo di sentimento originaria, che in una estetica: alla quale giova, ma non in modo determinante, il magistero dei grandi critici consultati, vicini e lontani: Valgimigli, Russo, Getto, Apollonio, Raya, Santangelo, coinvolti sì, ma fino ad un certo punto.

L’entusiasmo di Pellegrino per la Lanza non li contagia. Guardata dall’alto del loro sapere estetico, La casa sulla montagna appare piccola piccola, un puntino bianco neppure indicato sulla mappa del Novecento letterario italiano: tanto è vero che non la degnano di menzione né Russo, né De Robertis, né Pancrazi, né Cecchi (tanto tenero, invece, con la Deledda). Quel raggio di sole, che illumina la Casa agli occhi innocenti di un «lettore di provincia», nasce da una prontezza di giudizio, appresa dal giovane milazzese, attento alla lezione di Renato Serra, suo più vero e più profondo modello, nella fedeltà ad un imperativo estetico elementare ed eccelso insieme: «certificare l’autentico». Avviene così che un classico della letteratura del Novecento italiano e non soltanto italiano riceva la sua carta d’identità da un «lettore di provincia», che legge per consiglio di una signora (chi non ricorda l’ironia di Thovez a proposito delle «belle signore»?) La casa sulla montagna e di seguito, senza interruzione, le altre cose tutte della Lanza, dai due volumi di versi, alle prose ascetiche e mistiche, alle innumerevoli pagine sparse, e, per concessione speciale, al Diarioinedito, con annessi epistolari e carteggi.

 

3. Pellegrino ha appena finito di laurearsi a Palermo e quasi in parallelo a Messina nasce la rivista «Teoresi», che sin dal titolo rivela l’estro di Vincenzo La Via, caposcuola fondatore, finanziatore e direttore. Un modesto contributo alla rivista proviene dal mecenatismo improvvisato della signora Laura Lipari, italo-americana, vicinissima a Charles Poletti, ma già dal secondo numero l’intero peso della stampa cade su La Via, che provvederà ad acquistare una piccola tipografia, vendendo l’argenteria. Perché non ricordare questi «sprechi», fatti tutti insieme d’amore e d’accordo, ognuno il suo? Attratti dall’indirizzo del maestro, una scarsa dozzina di allievi e soci fondatori aderisce: Pellegrino tra i primi, collegato con Bartolone e Mercadante, che hanno già assunto la redazione. Per un più attento richiamo e rispetto alla verità dei fatti, bisogna precisare che La Via non cerca, ma viene cercato. Bussa alla sua porta un discepolo sconosciuto, universitario al primo anno, che lo ha letto e si è internato nel suo pensiero. Mi riceve – quel discepolo sono io – per i buoni uffici di Franco Antonio Cusimano e di padre Stracquadaini. Siamo nel 1945, in una luminosa mattinata di marzo, tra le macerie di una città distrutta, dove La Via è tornato per riprendere le sue lezioni al magistero e farsi trovare al suo posto di responsabilità nella scuola, malgrado gli estremi disagi: alloggi di fortuna, mercato nero, rovine materiali e morali. Da quale convergenza nasce non tanto l’idea della rivista, che La Via cova già da tempo, titolo incluso, quanto la decisione di partire col numero zero, sulla quale si forma, si organizza, si anima e si costituisce, come già fattiva da anni, la scuola, con allievi, seguaci, collaboratori, amici, sostenitori, ammiratori, avversari? L’accordo di fondo matura inaspettato nelle tre ore del primo dialogo tra maestro e discepolo. Mi reco da La Via e mi trovo davanti per la prima volta a un filosofo dal busto marmoreo ellenistico: volto, dove l’antica nobiltà del signore normanno cede interamente i suoi privilegi al lume «che vien dal sereno»; e quella voce, eterea, come sono eteree le spirali di fumo, che ne attraversano le onde, alimentate da un sigaro toscano sempre acceso, e come incastrato in una nicchia tra le labbra ingiallite. La Via mi trattiene a colloquio per l’intera mattinata, con discorsi che sono di filosofia, di filosofia idealistica e di critica alla filosofia idealistica. Quando si è fatto tardi gli rivelo il vero scopo della mia visita: strappargli uno scritto, che figuri in apertura a un giornale giovanile di poesia, letteratura e religione. Non risponde negativamente. Chiede se altri, in aggiunta a me, hanno letto qualche suo scritto. E fulmina la proposta: «facciamo insieme, venite con me, sono io a chiamarvi, chiamo lei e gli altri – mi dice i loro nomi? -, bastano pochi volenterosi per una rivista di filosofia, è una decisione, alla quale penso da tanto tempo». I nomi erano: Bartolone, Pellegrino, Cusimano, Cananzi, Catalfamo, don Talamo, salesiano.

Altri si sarebbero aggregati, da Reggio Calabria, da Catania, chissà da dove. Anche da Aix-en-Provence. Combinazione diversa e sommamente fortunata – così tutti la giudicammo -, quella con Guido Ghersi, pronto egli pure per conto suo. Non si presenta come un salto nel buio, quella scelta di La Via, che ha tutta l’aria di un reclutamento proselitistico, e non è? Nella matricola poco meno che ventenne, che sta davanti a La Via senza nessuna pretesa, assoggettandosi anzi ad un esame severissimo l’allievo c’è: abilitato, per dir così, al termine di un dialogo franco, intenso, spinto in profondità (perché avrebbe dovuto fare sconti, La Via?). Quel ragazzo ce l’ha fatta, ha attraversato la munitissima soglia di dottrine speculative, con le quali si è o non si è in grado di stabilire un contatto valido, per poi passarle da parte a parte.

La Via nulla aggiunge e nulla toglie alla verità, nel dichiarare a quello sconosciuto, che potrebbe sparire nel nulla, da dove è venuto: «Lei ha capito il mio pensiero come nessuno finora». Parole che fecero testo e che fecero stato sia per il maestro che per il discepolo. Avevo comprato due libri di La Via, in edizione D’Anna, sulle bancarelle. Li avevo letti come libri su Gentile, il principio d’immanenza, la crisi dell’idealismo, senza le notizie biografiche che mi orientassero sul curriculum dell’autore: mai immaginato nel travaglio durissimo della lettura e dell’adesione timorosa, sul filo della corrente principale, ovviamente, e scansando gli innumerevoli gorghi; mai immaginato gli esiti imminenti di quella lettura: una udienza, non certo accademica o protocollare, concessa dal filosofo a un improbabile ammiratore di nessun conto, di nessuna affidabilità; il riconoscimento largo, immediato, convinto, «imprudente», che arriva come una salutare botta in testa; una volontà spontanea, generosa, bilaterale oltre i limiti della differenza inviolabile tra «l’alto e il basso»; la volontà di non finirla lì, anzi di cominciare insieme subito, senza perdere un minuto.

La rivista si fece, la scuola fiorì. Nel gruppo dei collaboratori fissi, Pellegrino ha già le sue brave pubblicazioni (su «Quadrivio»!), non così numerose come quelle di Ghersi, mentre Bartolone, Catalfamo, Cusimano, Cananzi, M. Cristaldi, Passaniti hanno pubblicato ancora poco o nulla: ciò che è forse un’occasione in più per mettere a frutto la maturità di un Bartolone e di un Cananzi. Gli scritti di La Via oppongono una rocciosa impenetrabilità a chi li maneggi con l’impazienza del lettore comune. Pellegrino non è però lettore comune; ha rischiato di svolgere la tesi di laurea su Francesco Acri scrittore e filosofo rosminiano. Il punto di coesione nel rapporto che Pellegrino instaura con La Via e con gli amici di «Teoresi» è il suo già limpido ed effervescente rosminianesimo, coltivato man mano che si consolida la sua familiarità con la Lanza.

 

4. La scuola di La Via s’insedia nel vasto territorio della filosofia cattolica del Novecento italiano, col nome di «assoluto realismo»; e con caratteri, che la distinguono e differenziano: a) dalla neoscolastica; b) dal neospiritualismo; c) dall’ontologismo; d) dall’esistenzialismo; e) dal personalismo; f) dalla fenomenologia. La neoscolastica ha già vissuto i suoi fasti, prendendo possesso della «Cattolica», e trasformando il tomismo delle Encicliche, col contributo di Olgiati, Chiocchetti, Masnovo, Bontadini, Cordovani, Sofia Vanni Rovighi, Padovani, Ottaviano e tanti altri, in una «filosofia amministrativa» (diverso però il tomismo milanese da quello dei Gesuiti o di Fabro). In quella roccaforte si arma anche una specie di ronda per vigilare sull’eresia rosminiana, amministrando, malgrado qualche crisi di coscienza, i confermati rigori pacelliani della condanna e dell’interdizione perpetua. Né l’ontologismo, né lo spiritualismo, né la filosofia dell’azione, né la filosofia dell’esperienza si piegano alla ragione delle armi. Tutt’altro.

La Via segue con più interesse, a parte il dibattito intenso, da voci fuori del coro, con Bontadini, Mareshal; ed è un blondeliano; e non revoca mai la sua fedeltà a Gentile, dal quale deriva una diversa, ma non interrotta, dipendenza dall’ontologia rosminiana. Spetta però a Battaglia, Prini, Morra, M.T. Antonelli, A. Raschini, Piemontese, Pignoloni, Ottonello, Manferdini, Riva e non pochi altri seguaci di Sciacca, Guzzo, Carlini, Stefanini, Battaglia, Marino Gentile reggere il maggior carico della «Rosmini renaissance». Esistenzialismo, personalismo e filosofia dell’azione, con Capograssi, Lopez de Oñate, Castelli, Opocher, Piovani, Cotta, Ambrosetti, D’Addio, Pigliaru e altri pochi, tirano fuori dal sistema rosminiano dottrine speciali in materia di antropologia, filosofia morale e giuridica, teodicea. Mai di gnoseologia e logica, tranne La Via, che nel solco dell’«idealismo italiano» (così lo chiama Carabellese), riprende il discorso del Nuovo saggio, integrato con la lettura, raccomandata da Gentile, del frammento su Le categorie e la dialettica. Intorno al 1925 La Via porta a compimento il plastico monumentale del pensiero gentiliano, gran fatica, che ne fa il più avvertito tra gli storici e il più audace tra i gentiliani speculativi (tra i quali c’è posto per il solo Cammarata, non per Maggiore, Carlini, Spirito, Calogero, A. Volpicelli, Saitta, Battaglia, Fazio-Allmayer, Lombardo Radice, Codignola, Licitra). Tra parentesi, La Via è stato anche allievo attento di Varisco. La novità speculativa si annuncia nel 1931-32 per il centenario di Hegel celebrato dalla Cattolica, con un saggio tormentato dal titolo L’autocritica dell’idealismo. Che cosa intende La Via, ricorrendo a un titolo di rottura nella continuità, e in ogni caso nella modernità? Intende aprire l’idealismo attualistico alla trascendenza, attraverso un passaggio interno verso l’ontologia oggettivistica, risalente all’oggettivismo antico, eleatico, socratico, platonico, agostiniano.

Lo apre come le valve di un frutto di mare per il solo effetto dell’alta temperatura speculativa: senza innesti, senza manovre diversive. Con l’attualismo mutato di dentro, cambia subito anche il quadro storiografico generale dei suoi rapporti con la filosofia moderna e contemporanea. Gentile ha avuto il merito di tenere in gioco Rosmini fin dal libro primo della sua riforma, scritto a Pisa sette-otto anni prima del suo ritorno trionfale a Palermo, dove l’attualismo celebra la sua apoteosi; nella Palermo di Amato Pojero, filosofo della scienza e della trascendenza, mistico più che filosofo; nella Palermo di mons. Trippodo, che conserva una copia, l’unica in Italia – si dice -, dell’Action di Blondel, nell’edizione «proibita» del 1893; nella Palermo, infine, di Angelina Lanza, poetessa e scrittrice affermata, che proprio in quegli anni legge Rosmini, per consiglio di uno scrittore cappuccino, ma anche di Amato Pojero (chiamato familiarmente «lo zio» da Angelina). Gentile infatti diffonde da Palermo nel paese – sono quelli gli anni della «Voce» – il fascino della nuova filosofia, idealistica, storicistica, immanentistica, in rapida ascesa verso il potere; filosofia che a Palermo si espande ben oltre i confini dell’Università, attirando i maestri, i docenti medi, i preti, gli uomini di scienza, i magistrati, i liberali, i socialisti, i giornalisti.

Per il passato l’Italia non si è mai identificata con una filosofia, tranne che nel quarto d’ora giobertiano: questa volta sì; e dipende da un corollario storicistico, che vi si identifichi in termini di «Primato». La tesi di laurea di Gentile si intitola d’altronde Rosmini e Gioberti, uniti in un tutto inscindibile. L’Italia positivistica di Villari, Ardigò, Lombroso, Pareto, Loria, siede alla mensa dei grandi raccattando le briciole; l’Italia idealistica è grande di diritto, per una prerogativa di diritto divino, convertita in legge dalla filosofia moderna e contemporanea: elevare all’altezza dell’assoluto una nazione per volta. Con una tale consapevolezza l’idealismo italiano risponde da avanguardia filosofica alla sfida per i «primi posti», aprendo largamente e celermente il passo alle avanguardie artistiche e politiche: espressionismo, futurismo, nazionalismo, anarco-sindacalismo, pragmatismo, rappel à l’ordre, «èra delle tirannidi».

Per il gruppo di «Teoresi» il ritratto di Rosmini troneggia da un’ideale parete di fondo nella loro sempre ideale galleria di antenati. Non sta più accanto a quello di Gentile, che comunque mezzo secolo prima ce lo ha messo. Sempre in materia di ritratti di Rosmini, anche nella sala più frequentata della «Biblioteca filosofica» ce n’è uno, messo da Angelina Lanza, con uno spirito ovviamente ben diverso da quello di Gentile. Data dal «tempo della voce», il suo rapporto con l’opera di Rosmini, dopo che Padre Giustino da Patti, il frate cappuccino di cui si diceva più sopra, ha gettato il seme di quella lettura su un terreno fertilissimo. Ai cappuccini piace l’obbedienza pensosa, per non dire critica. Col decreto Post obitum arriva addosso ai rosminiani la condanna, che sarà vissuta tuttavia come un dramma. Ecco perché al piccolo gregge, nell’obbedienza più sincera, ma non lesiva dei diritti dell’intelligenza, si aggiunge di tanto in tanto qualche unità, in lucida accettazione del misconoscimento, spiriti eletti, come quello di un Bozzetti, di un Rebora, di un Capograssi, di un Lavia, di uno Sciacca di un Lopez de Oñate.

 

5. Laureato da qualche anno, nelle riunioni preliminari per «Teoresi» Pellegrino si presenta con il tesoro del suo rosminianesimo, che poi è quello della Lanza, rosminiana dichiarata, che riconosce pubblicamente il suo grande debito verso l’opera del Roveretano, letto sistematicamente: il Nuovo saggio, Il Rinnovamento, la Teodicea, l’Epistolario ascetico, le prose ecclesiastiche, le Costituzioni, La dottrina della Carità; e, di letteratura secondaria, p. G. B. Pagani, Giuseppe Morando, p. Giuseppe Bozzetti, Fogazzaro, Palhoriés ecc.

Che cosa distingue il rosminianesimo della Lanza da quello di scrittori come Fogazzaro, Lampertico, Salvadori, Casciola, Capograssi (al quale ultimo succede di leggere – cominciare a leggere – Rosmini negli stessi anni)? Si distingue da questo, da un supplemento di misticismo, declinato al femminile: che è tutto dire, nel secolo della donna, nel secolo dell’emancipazione, della parità e dell’integrazione totale dei sessi.

La conferma viene da p. Bozzetti, che parla della Lanza come «continuatrice» del maestro. E ci voleva. Dal «sacro monte» del rosminianesimo nella Val d’Ossola (e in origine nel Trentino); e dalla «beata riva» del Verbano un’essenza mistica attraversa un paese intero, si sposta al sud e trova nella città di santa Rosalia (rosae) e di san Giacinto (lilia) l’habitat tropicale in cui attecchire, fiorire e prosperare prodigiosamente. Quando mai un’importazione da nord a sud, che chiami il sud a dare, anziché a ricevere supinamente!

 

6. Pellegrino si laurea sulla Lanza, lasciando fuori Rosmini, argomento, materia, fatica, che lo avrebbe portato troppo lontano. Giovanni Gentile si era a sua volta laureato egli pure da letterato, più che da filosofo. La prefazione alla prima edizione del suo Rosmini e Gioberti, saggio storico sulla filosofia italiana del Risorgimento, non a caso pensato e lavorato nel 1897, primo centenario della nascita di Rosmini, è datata: «Castelvetrano, 25 agosto 1898». Il collegamento Sicilia-Stresa è già stato istituito a partire da quella data, e i vari fili sono stati tessuti in una rete che Pellegrino mantiene ancora attiva.

I giovani di «Teoresi» che hanno appreso da soli, senza legami tra loro, a «pensare nella fede» ed ora si perfezionano alla scuola di La Via, riescono a vedere con fatica, disegnati sulla sabbia, i lineamenti di un Gentile cristiano. Bastava però ascoltare le testimonianze. Racconta Guzzo: «Io ricordo quando Gentile fu ricevuto dal Papa insieme con altri e il Papa dette a tutti la benedizione, e lui disse: “ci ha dato la benedizione ed io me la sono presa”. Lui era cristiano» (.Atti del V Congresso regionale di filosofia G. Amato Pojero e la Biblioteca filosofica di Palermo, a cura di C.M. Amato Pojero e Giuseppe Pellegrino, SPES, Milazzo 1974, p. 162). Nessuna benemerenza maggiore, – e ne ha avute tante, dall’insegnamento religioso nella scuola pubblica, agli interventi legislativi e amministrativi per l’istituzione della Cattolica, alla politica ecclesiastica dell’Enciclopedia Italiana, alle rivendicazioni gelose della sua cattolicità nel discorso testamentario La mia religione – nessuna benemerenza maggiore che quella, datata, come si dice, 1897, che ha segnato il destino del pensiero rosminiano, intrecciato con la «riforma della dialettica», nel secolo ventesimo. Vedere per tutti Del Noce: per non dire di Antimo Negri, stessa generazione di Pellegrino. Nel 1943, vigilia della morte tragica, egli riprende la sua opera giovanile, e trova il tempo, tra una cosa e l’altra, di licenziare con correzioni ed aggiunte preziose la seconda edizione del Rosmini e Gioberti, staccandosene nella ricorrenza del 4 novembre 1943, giorno della vittoria. Dedicandosi a rimaneggiare modestamente il libro del suo esordio, tre anni prima che si chiuda il secolo del Risorgimento, egli torna alle origini, egli ha cominciato in Sicilia, è nata a Palermo la prima generazione dei suoi seguaci e con essa un’Italia della filosofia, totalmente diversa da quella che gli muore addosso, un’Italia della libertà, un’Italia della dignità nazionale, consacrata dalla vittoria nella prima guerra mondiale. Chi lascia egli a Palermo, nell’ora, troppo presto sopraggiunta, del suo trasferimento a Pisa? Sulla cattedra, Pantaleo Carabellese, con la sua diversa ma non disomogenea fedeltà all’«idealismo italiano»; e per l’Italia una scuola di idealisti tutti più o meno attualisti: Maggiore, Guzzo (oriundo), Mario Sturzo, il primo Mignosi, Fazio Allmayer, Omodeo, Saitta, Lombardo Radice, Licitra, De Ruggiero, Albeggiani, Collotti, Durante, La Via, Cammarata, che però, tutti e due di seconda generazione, frequenteranno il maestro a Roma, come Guido Ghersi, recatosi di persona ad ascoltare le due conferenze del 1911 presso la «Biblioteca filosofica». L’attualismo è nato in quelle sale: e le altre correnti di pensiero, la filosofia dell’azione, la filosofia della scienza, lo spiritualismo, il fenomenismo, l’ontologismo critico ecc. ne subiscono l’ascendente.

Perché allargarsi a Gentile in un rapido profilo di Pellegrino? Perché i quattro nomi sono inscindibili, a coppia: Gentile-Rosmini; Lanza-Pellegrino, per un primo giro; e per un secondo: Lanza-Rosmini; Pellegrino-Gentile. Alla fine la scena è tutta per la Lanza, anima rosminiana, che in presenza di Gentile a Palermo, ed in mezzo al frastuono dei gentiliani o al tormentone dei fenomenisti si rifà al Rosmini di tutte le principali dottrine, inclusa la dottrina dell’intuito. La maggior fatica dei suoi apprendimenti la Lanza sostiene per giunta in mezzo alle sue vicissitudini familiari, chiusa idealmente in una cella, dove nessuno immagina, neppure Amato Pojero, che entrino tanti libri di teologia, di ascetica, di apologetica religiosa, alimento prezioso assimilato con gran profitto di giorno in giorno da un grande spirito contemplativo, che tiene per breviario le Massime di perfezione, scritte da Rosmini in premessa a tutto il suo sistema.

 

7. Dalla notizia per una voce di dizionario biografico alla edizione dei testi, con gran corredo di apparati filologici e di illustrazioni esegetiche, tutto ciò che si legge da cinquanta anni sulla Lanza, la (storia della) letteratura italiana deve a Peppino Pellegrino, capace di far sua una causa letteraria come a pochi del suo rango, della sua erudizione, della sua intelligenza estetica. Urterà contro barriere di incomprensione, freddezza, vociferazioni, la più generosa delle quali: «si è infatuato della Lanza»: diffidenza, riserve, ironie di letterati e illetterati. Resta vero, però, che senza la sua presunta infatuazione, la Lanza sarebbe ancora dispersa in terra di nessuno, ed irreparabilmente ignorato il capitale più importante della fortuna di Rosmini nel Novecento italiano, con riguardo a personaggi come Carabellese, Capograssi, Bozzetti, Rebora, Contini, Sciacca, Di Carlo, Buonafede, Raschini, Ambrosetti, Caramella, Del Noce, Riva e tanti altri.

Anno dopo anno su «Teoresi» vedranno la luce: il Testamento spirituale (1946); le Lettere a Silvia Reitano (1947 e 1948, con una premessa di Guido Ghersi); le Lettere a Virginia (1949). Sempre in contatto con la rivista, seguiranno le Lettere, con l’importante prefazione di p. Bozzetti (1955), volume di circa trecento pagine, pubblicato a Messina con la sigla A.L.D. Finalmente La casa sulla montagna (1957), in edizione ecdotica e le numerose successive ristampe, giunte all’ottava nel 1995, presso le edizioni SPES, Milazzo, con Pellegrino all’opera come filologo accurato – si diceva -, biografo appassionato, esegeta illuminato; nonché revisore di bozze, negoziatore di contratti, con tipografi, autori, librai, magazzinieri, ed in primo luogo finanziatore, il tutto in economia, a causa degli scarsi mezzi, che però esauriscono l’intera somma morale e materiale dei suoi mezzi. È così che riesce ad allineare un catalogo di circa duecento titoli.

Sempre a seguire, senza prendersela troppo per i tempi lunghi, le Poesie (1995). E al termine del ciclo il Diario spirituale (2000), opera maggiore e massima, tenuta in serbo, finché Giovanni Paolo II, coraggioso e lungimirante, non apre le braccia alla santità moderna e contemporanea, esaltando intellettuali come Ozanam, Edith Stein, Newman, Rosmini, Lazzati, La Pira, le cui cause o sono già chiuse o ancora in corso. Ora che ilDiario è stato pubblicato, Pellegrino misura la sua fedeltà a un’impresa straordinaria, impresa tuttavia insidiata dal timore, che ogni cosa finisca con lui. Ci sarà, probabilmente, se non un successore, almeno un continuatore, ma nessuno è ancora alle viste, né in Sicilia né in altre sedi. Senza Pellegrino, la Lanza che consensi susciterà? Siamo noi, non lui, a doverci porre questo interrogativo, senza drammi, con fiducia, assicurandoci che non si perdano i risultati della fatica di un uomo di studi, che ha scavato la roccia con un cucchiaio. Le cento e più recensioni, ch’egli procura nel tempo – alcune autorevoli – a La casa sulla montagna, sembravano annunciare un appuntamento con il Diario, al quale non si è ancora presentato nessuno. Ora che il gran libro circola liberamente, il destino pubblico della scrittrice appare impedito, se non addirittura viziato, da un ritardo, che non ha più alibi. Chi si aspetta un successo immediato, ed immagina analogie con la Storia di un’anima, opera di una santa del Novecento, e ora dottore della Chiesa, che ha segnato in profondità il suo secolo, pensi alle Prose dei cattolici di tutti i secoli, a cura di Giovanni Papini e don Giuseppe De Luca e faccia due più due. Il mercato è come l’intendenza: seguirà. E sta bene così. Almeno a Pellegrino, uomo di fede, cristiano e cattolico di alta dottrina e di francescana pietà, sta bene così.

 

8. Come si parlerà tra cento anni di Angelina Lanza? Non occorre essere profeti, né figli di profeti, per arrischiare la previsione che se ne parlerà impostando due grandi linee di interesse, dirette a misurare la statura sia del genio letterario che del genio mistico. La santa potrebbe persino essere canonizzata senza le tante difficoltà, che sono state opposte – ed ora non più – a Rosmini (questo l’autorevole parere di un gesuita, padre Mucci, autorevole scrittore della «Civiltà cattolica»).

Peppino Pellegrino ha arato, ha seminato, ha irrigato, ha mietuto. Deus agricola est. Il contadino della speranza, come dice La Pira citando Péguy – Pellegrino ha un legame con La Pira, che sarebbe da trattare a parte lungamente – entra ogni giorno nel gaudio del suo Signore per il modesto lavoro, eseguito puntualmente nel suo pezzo di terra; e puntualmente remunerato. A che cosa si è dedicato Pellegrino? A completare il quadro della letteratura italiana del Novecento, inserendo al posto giusto una scrittrice, che da viva già merita l’attenzione di storici e critici come Donadoni, Cesareo, Pellizzi, Bozzetti, Di Rosa, Mignosi, Amato Pojero, Silvia Reitano, Ada Negri, e più tardi di Apollonio, Guzzo, Getto, Bodrero, Consolo, Ghersi, M. T. Giuffrè, Di Carlo, Correnti e tanti altri, che la giudicano degna di figurare accanto a Salvadori, Giosuè Borsi, Rebora, Capograssi.

Le crescite silenziose, zodiacali, sono le più sicure. Pellegrino ha trovato piccoli tesori della Lanza, frugando nelle annate di rivistine rispettabili, ma semiclandestine: «Lumen», «L’eco di Gibilmanna», «Charitas» e altre simili. La Lanza poetessa aveva cominciato bene, con Sandron. Più tardi la rinuncia alle ambizioni e alle consolazioni della scrittura; e le licenze, vale a dire dispense dal giuramento di rinuncia al mondo, quello letterario incluso, eccezionali, circostanziate e sotto controllo.

A forza di rovistare, raccogliere, censire, ordinare, ripubblicare, Pellegrino ha familiarizzato con la scrittrice palermitana, in primo luogo come esperto, al massimo livello di specializzazione; e come editore praticamente esclusivo o in esclusiva in secondo luogo. Non ha realizzato l’intero programma, perché in sessanta anni circa, tra mille traversie, si è dovuto fermare ogni tanto, non per tirare il fiato ma per aspettare gli altri. Il calendario non dava via libera. E il danaro era contato.

Solo per il Diario ha potuto contare su un contributo pubblico, e ciò nel quadro delle grandi iniziative per il bicentenario della nascita di Rosmini. I membri del Comitato, presieduto da Prini (tra gli altri G. De Rosa, Cotta, Ottonello, Tessitore, mons. Sanchez Sorondo, mons. Riva, Mercadante, p. Muratore) erogarono i fondi, su domanda di Pellegrino. L’opportunità era unica. Il Diario è già apparso a puntate sul bollettino «Charitas», pochi estratti non strettamente diaristici, uniti da un disegno perfetto. Negli anni trenta di casa – casa dell’anima – la Lanza vive già a Stresa: e dunque sì, un sì deciso, un sì tempestivo, un sì generoso alla pubblicazione in occasione del Bicentenario. La Lanza è stata severamente penalizzata dalla sproporzione, durata fino alla pubblicazione del Diario, tra scritti editi e scritti inediti. Sarebbe bastato il Diario a colmare la differenza: come è accaduto per Kierkegaard, Amiel, Capograssi, «autori postumi», a loro modo predestinati: e Du Bos, non postumo.

Il nome di Pellegrino sulla copertina, la sua premessa, la nota biobibliografica, riveduta e aggiornata, in appendice, l’indice dei nomi, ed infine la sigla delle edizioni SPES sono il sigillo di una continuità consumata, anche questa, come «completa offerta»; come dedizione a una causa. Non importano i modi, la mondanità e utopicità insieme, della devozione. Peppino si è consacrato alla Lanza e basta. La prima sede della Nota, allo stato nascente, è «Teoresi» 1947.

L’occhio del critico spazia su un quadro a più ordini, con molte figure, uomini e donne. La Lanza sarà attraente, ma la preferenza potrebbe cadere più o meno alla stessa stregua su Ada Negri o Vittoria Aganoor Pompily. E le tre P della nostra giovinezza: Papini, Panzini, Pirandello? E Renato Serra? E Pietro Mignosi? A quante eccellenti e seducenti opportunità si è sottratto Pellegrino, per privilegiarne una sola! Inutile dire, ma è meglio sottolineare, che la Lanza non è una zia di Pellegrino.

 

9. Siamo alla conclusione di questa visita intensa ma rapida a un uomo di lettere, che ci riceve in compagnia dei suoi amici di sempre, presenti o assenti: quelli dei giorni festivi, ai quali abbiamo già dedicato qualche pensiero, e quelli dei giorni feriali, ai quali sarà caro essere ricordati qui (alcuni non più tra noi): Giuseppe Catanzaro, il fraterno e compianto compagno, filologo e letterato insigne, recentemente scomparso; Ruggero D’Ondes, Nino Pafumi e Nino Scoglio, Francesco Morabito, C. Amato Pojero, S. E. mons. Cataldo Naro, don Remo Bessero Belti, Turi Vasile, Vittorio Vettori, Santi Correnti, Giuseppe Locane, Tommaso Romano, Salvatore Di Marco, Italo Sacco, Salvatore Latora, Mimmo Ferraro, Franco Cassata, Michelangelo Mazzeo, don Aronica: nomi, messi qui come son venuti in mente, con imperdonabili sacche di omissioni.

La visita si è conclusa, ma quante cose sono rimaste fuori! Segnamole qui, come un appunto a futura memoria.

a) I libri, la biblioteca. Due case rigurgitanti di libri fin sulle poltrone, da sgomberare in fretta, perché l’ospite possa mettersi a sedere, spostandoli e accatastandoli su pile, che arrivano fino al soffitto. È da augurarsi che Pellegrino provveda in tempo alla destinazione post mortem della collezione preziosa, come ad esempio ha saputo fare mirabilmente Vittorio Vettori con una donazione in vita alla biblioteca di Poppi, dando prova di una preveggenza da imitare.

b) La scuola, la cattedra, la Paideia, la grande sfida quotidiana dell’insegnamento all’Università (per corsi speciali), al liceo, in altri istituti. Da preside, un fervore straordinario di iniziative, nello sforzo costante di portare nella scuola la cultura, perché si fecondino l’una con l’altra.

c) Le cariche pubbliche, tutta una storia a parte. È stato assessore alla cultura per un decennio e sindaco per un anno a Milazzo, sua città. Questo passaggio in politica non fu volo di farfalla. È l’epoca all’incirca di La Pira «sindaco santo». Firenze chiama Milazzo per un gemellaggio ideale tra sindaci, che, fatte le proporzioni, vengono oltre che dalla stessa regione, dalla stessa matrice spirituale. Ecco aprirsi intanto una finestra, da cui dare uno sguardo non fugace alla povertà di Pellegrino: si fa presto a dire francescanesimo come luogo letterario: anche quello di La Pira lo è. Ma la modulazione è diversa, tipicamente novecentesca. La Pira trova a Milazzo un discepolo informato, convinto, disciplinato, sollecito nel recensirne i libri, come fa su «Teoresi» nel 1948, e nel seguirne le dottrine e le utopie.

d) L’editore. Il catalogo dei cento più cento titoli si regge su due pilastri: la religione delle lettere, primo pilastro; l’opera omnia della Lanza, secondo pilastro. Le edizioni SPES, Milazzo, alias Peppino Pellegrino Editore, si sono assicurate un futuro, sempre nel nome di Angelina Lanza, associato a quello di Capograssi. Nel loro passato un significativo antefatto: le edizioni A.L.D. (iniziali della scrittrice palermitana), alle quali Pellegrino affida in prima edizione le Lettere, Messina 1953.

 

10. Il «rinnovamento cattolico» italiano nella forma decisa assunta intorno al terzo decennio del Novecento, ha suscitato un interesse non ancora adeguato alla sua importanza. Papini non lo spiega interamente, malgrado Mignosi provi a farne il protagonista. Giuliotti e Tozzi si sono già insediati in un loro retroterra già dal 1913; e, in totale autonomia, fanno la loro strada Boine, Comi, Pastorino, la Lanza, Capograssi. Per l’effetto d’insieme, bisogna guardare anche in altre direzioni: bisogna guardare alla Cattolica, dove trova una sponda sicura la «crisi dell’idealismo» (Casotti, La Via, Bontadini, Ottaviano, Cordovani); crisi che invece Carlini, Guzzo, Stefanini, Castelli, Mathieu, Sciacca, Battaglia, risolvono in chiave di «spiritualismo cristiano», dando vita a un movimento diviso in vari rami, uno dei quali si tende verso il futuro «Gruppo di Gallarate»; bisogna guardare al «ritorno all’ordine», con complicato intreccio di conversioni religiose (un lungo elenco di nomi, nella lista, che comincia con quello di Papini); al «Frontespizio»; ai modernisti; ai mistici di tutte le ispirazioni (Onofri, Amendola, Manacorda, Levasti, Angelo Conti, Misciattelli, Mazzucchi, Bongioanni ecc.); e, infine, ai santi, tra i quali esordisce nel 1924 un Giorgio La Pira appena ventenne. I loro nomi? Sono già stati fatti sopra, seminandoli tra i vari gruppi, ad esempio Rebora, Giordani, Mario Sturzo. In capite libri Angelina Lanza e Giuseppe Capograssi, figure, sulle quali brilla la stella cometa della santità canonica. Il rinnovamento cattolico italiano a partire dall’annus mirabilis 1918 – cui ordinariamente si fa riferimento per la Germania – si presenta ricco di un patrimonio, ancora tutto accumulato nel sottosuolo, per dir così; e tutto da tirar fuori, prendendo in mano ora un libro intonso, ora un manoscritto inedito, ora un testo celebrato, ma in cerchie troppo ristrette e quasi devote. Al duro lavoro di Pellegrino si deve se, ora che c’è il Diario, la Lanza è pronta. Ha attraversato indenne il ventesimo secolo, che per lei e per l’opera sua, fino alla Nota 1° luglio 2001 su Rosmini, rispecchiava riflessi filtrati da una fitta, deformante cortina di nebbia. Sulle soglie del terzo millennio una scrittrice cristiana inedita ed importante del Novecento può affacciarsi con innocenza da una finestra: e ci sarà certamente qualcuno, alla finestra della casa di fronte, che si affaccia in compagnia di Pellegrino, per ricevere il testimone.

 

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