IL PROBLEMA DELLA DISPERSIONE SCOLASTICA (ABBANDONI) E DEGLI INSUCCESSI FORMATIVI IN ITALIA

IL PROBLEMA DELLA DISPERSIONE SCOLASTICA (ABBANDONI) E DEGLI INSUCCESSI FORMATIVI IN ITALIA

Varie disposizioni ministeriali invitano le scuole alla “realizzazione di programmi di prevenzione e di recupero della dispersione scolastica e degli insuccessi formativi”, attivando “supporti psico-pedagogici, orientamento, progettazione educativa e tenendo conto della valutazione dei processi formativi”. Questi progetti dovranno essere studiati ed attuati in ogni scuola per incidere sul numero degli abbandoni e delle dispersioni, anche a causa di precise carenze di strutture non rispondenti a particolari esigenze educative e formative da parte degli istituti scolastici.

Statistiche attribuite al Censis dicono che 6 alunni su 100 lasciano la scuola anzitempo e su 10 ragazzi che iniziano la “media” solo 1 si laurea; 4 alunni su 10 arrivano alla maturità.

Il rapporto Censis, anche se un po’ datato, così prosegue: alla maturità classica arriva il 95% dei giapponesi, il 90% degli americani e il 70% dei francesi e finlandesi contro il 46% degli studenti italiani (se qualche lettore ha dati più recenti ce li mandi e li pubblicheremo con risalto). Il 67% degli alunni dispersi nel nostro Paese non ha la licenza media e il tutto conferma uno stretto legame tra l’abbandono degli studi e le condizioni socio-culturali delle famiglie; anche se il problema non dipende da ritardi cognitivi, ma ad esempio da quelli legati alla dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia, che una legge del 2010 (aggiornata) tutela con appositi progetti, che gli stessi docenti dovrebbero elaborare in favore dei loro alunni (ma non si fa quasi nulla in realtà perchè gli insegnanti non sono in grado di valutare le situazioni di difficoltà d’apprendimento di alcuni ragazzi).

Un panorama sconsolante, si direbbe, al quale si dovrebbe porre un certo argine, visto che la scuola dell’obbligo è stata portata a 16 anni.

Le cifre di cui sopra non lasciano alcun dubbio: l’Italia, rispetto agli altri Paesi, ha un basso tasso di studenti che riescono a raggiungere la maturità e la laurea ed un’alta percentuale di abbandoni, anche e in particolare nella scuola superiore. C’è evidentemente qualcosa che non funziona.

O è la scuola che deve adeguare i propri programmi, che non destano interesse perchè scollegati dal mondo esterno (lavoro e produzione) o alcune cause sociali sono alla base delle defezioni denunciate e sono un deterrente tutto negativo da superare con mezzi politici più idonei di quelli usati finora. Forse è carente la valutazione, da parte dei docenti, dei processi formativi, in un sistema scolastico come il nostro inceppato in mancanza di nuova progettualità scolastica, di strutture idonee, di scuola a tempo pieno e di migliori professionalità nel settore. Qualcosa non va e per questo è necessario porre un freno agli abbandoni per diminuire le distanze con gli altri Paesi e far decollare veramente l’istruzione. Che fare allora contro la burocrazia accentratrice che, se da un lato fa gestire la scuola in autonomia, esaltando la figura del preside (primo dirigente) manager che utilizza al meglio i docenti, dall’altro tende a disperdere specifiche competenze e ad annullare completamente anni di aggiornamenti e di esperienze di professori disponibili e preparati?

E’ difficile dare una risposta a questi interrogativi fintanto che non sarà fatta chiarezza sul vero ruolo della scuola e sul modo di concepirne il funzionamento, alla luce di una rinnovata valorizzazione della funzione docente, di una più adeguata utilizzazione delle risorse esistenti e di una diversa impostazione metodologica dei programmi, di una loro rivisitazione (in funzione degli alunni) appropriata e funzionale.

La scuola così com’è non va, gli abbandoni sono un campanello d’allarme, che suona da diverso tempo senza che abbia mai trovato veramente orecchie attente per un sistematico cambiamento di rotta, per incidere meglio anche nella società che va via via sempre più degradando a dismisura nel mondo del lavoro.

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