Governo, la manovra d’autunno è già un banco di prova: servono 22 miliardi

Governo, la manovra d’autunno è già un banco di prova: servono 22 miliardi

Fonte: Qui Finanza (Virgilio.it)

E’ la base di partenza per evitare l’aumento dell’Iva, pagare gli interessi sul debito e finanziare le spese obbligatorie. (Senza contare Flat tax, reddito cittadinanza e Fornero)

Se, infatti, da un lato, Luigi Di Maio fissa i paletti in una intervista rilasciata nel corso della trasmissione “L’aria che tira” su La7: “I vincoli di bilancio? Deve essere chiaro che reddito di cittadinanza e flat tax insieme alla abolizione della legge Fornero sono emergenze sociali. Si devono realizzare il prima possibile. Anzi, subito”, osservando che per quanto riguarda le coperture il governo chiederà all’Europa “le stesse condizioni degli altri paesi”, dall’altro, bisogna considerare che la manovra parte “zavorrata” da circa 22 miliardi di spese inevitabili.

MANOVRA “ZAVORRATA” – Come riporta il Sole24Ore , prima di mettere mano a riforma fiscale, reddito di cittadinanza, pensioni, sanità o rinnovi del contratto del pubblico impiego, solo per sminare le clausole Iva (12,4 miliardi), finanziare le spese obbligatorie (3,5) ed evitare che interessi sul debito (4) e minore crescita (2,5) gonfino il deficit, servono 22,4 miliardi. A meno di non caricare tutto il conto sull’indebitamento netto portandolo al 2% dallo 0,8% programmato. Cosa che ovviamente Tria vorrebbe scongiurare e per questo ha già avviato il confronto con la Ue per ottenere un obiettivo che non peggiori l’indebitamento strutturale ma non imponga misure giudicate troppo dure per un’economia già in sofferenza. Al centro del confronto spazi fiscali intorno agli 11 miliardi, per dimezzare lo sforzo di partenza.

NEI PANNI DI TRIA – Insomma, nessuno o quasi vorrebbe essere oggi al posto del Ministro Tria chiamato alla difficile impresa di trovare la quadra senza lasciare sul campo troppi delusi.

Ma il governo, e quindi l’Italia, si giocano la faccia anche su altre importanti questioni che tengono banco in questi giorni: Tav, Tap, Ilva e Alitalia, decisamente una gran bella fetta di economia e , dunque, di reputazione tricolore.

TAV – Dopo mesi di silenzio, la linea ad Alta Velocità Torino – Lione è tornata a conquistare le prime pagine di tutti i giornali. Bloccare la Tav? In realtà, numeri alla mano, sembra molto più semplice a dirsi che a farsi. Di mezzo, infatti, ci sono clausole contrattuali, accordi bilaterali, norme comunitarie con le quale bisogna fare, è proprio il caso di dirlo, i conti. E che conti. Sul piatto, soprattutto tanti soldi: l’uscita di scena dell’Italia costerebbe ai contribuenti qualcosa come 2 miliardi di euro, stima per difetto. Lo dicono i calcoli del commissario di governo per la realizzazione della Torino-Lione. La Commissione Ue, ha precisato che non potrà essere imposta una penalità dal 2 al 10% e nemmeno che Roma possa essere esclusa da ulteriori finanziamenti infrastrutturali. Bruxelles non esclude invece che potrebbe chiedere a Roma, in caso l’Italia uscisse dalla Tav, di rimborsare il contributo già erogato.

Potrebbe costare anche di più la rinuncia dell’Italia al gasdotto Tap: dai 15 miliardi stimati dal governo, ai 40 valutati dall’ente energetico azero.

Altra questione all’attenzione dell’esecutivo è l’Ilva di Taranto, potenzialmente la più grande acciaieria d’Europa. La tensione è già alta: il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci,ha disertato il vertice convocato dal ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, contestando la scelta di estendere la partecipazione a 62 sigle, tra comitati e associazioni, alcune minoritarie e poco rappresentative e accusando il vicepremier di “dilettantismo spaccone”“Non è un club privato, tutti hanno il diritto di partecipare”, la replica di Di Maio. 

Ultima, ma non di certo per importanza, sul tavolo del governo gialloverde, c’è anche la “pratica” Alitalia. Intanto, l’Unione europea non chiude le porte ad un possibile intervento dello Stato. Lo dice la commissaria Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager secondo cui l’ex compagnia di bandiera italiana può anche essere “in parte di proprietà pubblica” purché lo Stato “agisca come attore del mercato”.

“L’Unione Europea non ha una soluzione preferita”, chiarisce ancora la commissaria che conclude, “come sapete siamo neutrali sulla proprietà”.

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