La città sabauda e il ritorno al passato

La città sabauda e il ritorno al passato

Salvino Cavallaro – E’ il desiderio della Torino di oggi che silenziosamente vive il suo quotidiano declino. La città piemontese, prima capitale d’Italia, ha vissuto negli anni una sorta di ascendenza politica ed economica, che l’ha resa famosa nel mondo per l’industria automobilistica e tessile che ben si sono abbinate a un turismo che ha apportato grandi introiti economici e commerciali. Non c’è retorica o effimera voglia di passato, se sotto gli occhi di chi vive Torino esiste il rimpianto di una città che ha saputo nel tempo restare alla pari della sua grandezza storica e culturale. Dai Murazzi del Po a Piazza Castello, Piazza San Carlo e Via Roma passando attraverso le strade che costituiscono il cuore della città, é palpabile quella sorta di decadenza d’immagine che fa ingigantire uno scalpore che è pari alla sua fama. Era la Torino da narrare per gestione politica, organizzazione Comunale e invogliava la curiosità di viverla senza preclusioni di sorta. Ma l’antica città sabauda altro non è che l’espressione tangibile del nostro Paese, così distrutto e mortificato da una politica incapace di dare continuità a un passato storico che pur con tutte le sue note di non perfezione, sapeva bilanciare quelle positività capaci di migliorare lo status sociale degli italiani. E allora viene sempre il ricordo dei grandi statisti e di una cultura politica e ideologica che ben si rendeva concreta negli orgogli di centro, di sinistra e di destra. Tutti con le proprie posizioni, tutti con la propria identità storica che mai si confondeva con l’incesto di abbinamenti di Governo che oggi sa di populistiche promesse capaci di nascondere proverbiali incapacità. Così è Torino, città che per 25 anni è stata amministrata dalla sinistra e che dopo essere passata da Diego Novelli a Valentino Castellani, Domenico Carpanini, Sergio Chiamparino e Piero Fassino, oggi si ritrova una Chiara Appendino che il M5S e gli stessi torinesi hanno voluto per esprimere il desiderio di cambiamento. Ma se di cambiamento possiamo parlare, dovremmo classificarlo nella delusione di un peggioramento che sa di evidente e inarrestabile decadenza. In tutto questo, non possiamo dire che la sinistra non abbia avuto i suoi torti, quando ha lasciato che i torinesi (così come larga parte degli italiani) si schierassero contro la politica di Matteo Renzi che è stata devastante per le insanabili spaccature provocate all’interno del centro sinistra. E così è stato un gioco da ragazzi, approfittare della curiosità di cambiamento dell’opinione pubblica ormai scoraggiata e alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potesse rappresentarla degnamente. Questo è il risultato. Certo, col senno di poi è sempre tutto più facile, tuttavia, è palpabile questa decadenza che si riflette a Torino come ancor più eclatante è a Roma. Ma, come dicevamo pocanzi, nella città torinese aleggia questa delusione generalizzata di avere sbagliato certi calcoli nell’eleggere il simbolo di un’apparente svolta politica che avrebbe dovuto essere epocale. La città della Mole vive lo spettro di Cristiano Ronaldo che sembra annidarsi nell’immaginario collettivo di un popolo che si aggira per le strade, tra le vetrine, nei bar, che si rifugia nei locali attorno all’Allianz Stadium per respirare un po’ di evasione da una realtà che malinconicamente rimpiange il passato. Le vecchie come le nuove generazioni, le quali pur non avendo lo stesso vissuto, cominciano a interessarsi attraverso la storia di ciò che è stata Torino. E anche se non sempre il passato è migliore del presente, i dati di fatto e l’inconfutabile decadenza visibile agli occhi di tutti, mostrano una realtà che non fa ben sperare per il futuro, se non attraverso l’esempio del passato.

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