Dove la vita non conta più nulla

Dove la vita non conta più nulla

Salvino Cavallaro – Il bene e il male. Dove c’é l’uno non può mancare l’altro. Due sentimenti diametralmente contrapposti tra loro che si inseguono, quasi ad avere bisogno entrambi di lottare per dare significato alla vita e al suo intendere antropologico. Ci capita spesso di rileggere la storia nei suoi eventi più tragici e cruenti che fanno capo alle guerre e a quella sopraffazione in cui l’uomo è sempre al centro di ogni cosa, anche del suo manifestare il bene e il male. Ma quando pensi che gli errori commessi siano stati “salutari” nel ravvedersi e non cadere nel medesimo errore, ecco che ti accorgi dell’inutilità del sangue sparso inutilmente, delle ingiustizie e dei soprusi, cui la storia dell’umanità non smette mai di ricordare. E così si parla di memoria, proprio nel tentativo di sensibilizzare l’uomo a ravvedersi, a riflettere, ad autogestire quel senso innato di sopraffazione del proprio simile. Passano gli anni, cambiano le generazioni e ci accorgiamo che per il muro di Berlino che si abbatte come conquista civile, si costruisce un’altra barriera che separa gli Stati Uniti dal Messico. E’ il bilanciare continuo di uno status sociale che fa sempre capo all’utilità di significare il disagio dell’uomo. E come dimenticare il grave problema dell’immigrazione, dettato dai nostri tempi dalla guerra civile che divampa in Libia e che fa proclamare lo stato d’emergenza da parte del presidente Fayez Al Sarraj. Un grido di dolore e speranza di aiuto che s’innalza impetuoso dalla terra dei fuochi a quell’Occidente spesso immobilista, contrastato da politiche europeiste in cui regna sovrana la filosofia egoistica di un potere che non si unisce per formare la forza, ma si disgrega in mille paraventi che sfociano nella mera ipocrisia. E intanto gli sbarchi e i morti annegati in mare dei migranti si moltiplicano, danno ricchezza agli scafisti che rubano la vita della gente disperata. Dietro ogni morte di uomini, donne e bambini c’è una storia, c’è il dramma di fuggire da un luogo in cui la vita non conta più nulla, c’è la consapevolezza di pagare di propria tasca il prezzo salato di andare incontro alla morte nell’esigua speranza di pace, serenità, di un mondo civile che non hanno mai conosciuto. “Strage nel Mediterraneo: muoiono 120 disperati, i barconi non si fermano”. E’ uno dei tanti titoli di giornale che continuiamo a leggere quasi passivamente e con senso di rassegnazione, quasi non ci fosse più nulla da fare per risolvere una situazione politica internazionale che si scaglia contro per dichiararsi inospitale. Sembra un affare di nessuno, un qualcosa che non riguarda i popoli sempre così abituati a guardare nei limiti del proprio orticello, senza mai allargare lo sguardo oltre il proprio naso. Così si chiudono i porti e si alzano barriere separatiste che ci illudevamo fossero state abbattute da molto tempo, da quel mondo civile che da sempre convive tra la lotta eterna che racchiude il significato del bene e del male.

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