Catania, l’Università nel baratro della corruzione: misura interdittiva per alcuni docenti accusati anche di associazione a delinquere. Ma il problema riguarda varie Università italiane.

Catania, l’Università nel baratro della corruzione: misura interdittiva per alcuni docenti accusati anche di associazione a delinquere. Ma il problema riguarda varie Università italiane.

La Polizia di Stato di Catania, su delega della locale Procura Distrettuale della Repubblica, ha dato esecuzione ad un’ordinanza applicativa della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio emessa in data 18.6.2019 dal G.i.p. del Tribunale di Catania a carico di alcuni docenti della locale Università, tutti ritenuti responsabili di associazione a delinquere nonché, a vario titolo, di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione per l’esercizio della funzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, falsità ideologica e materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio e truffa aggravata.

Il provvedimento interdittivo è stato emesso sulla base della attività di  indagine condotta  dalla Digos di Catania  dal giugno 2016 al marzo 2018.

Le indagini, hanno svelato l’esistenza di un’associazione a delinquere, con a capo il Rettore dell’Università di Catania ed il suo predecessore, finalizzata a commettere un numero indeterminato di reati, volti ad alterare il naturale esito dei bandi di concorso:

– per il conferimento degli assegni, delle borse e dei dottorati di ricerca;

– per l’assunzione del personale tecnico-amministrativo;

– per la composizione degli organi statutari dell’Ateneo (Consiglio d’Amministrazione, Nucleo di Valutazione, Collegio di Disciplina);

– per l’assunzione e la progressione in carriera dei docenti universitari.

Su tale ultimo aspetto giova in particolare porre in luce che il sistema delinquenziale non è ristretto all’Università etnea ma si estende ad altri Atenei italiani, i cui docenti, nel momento in cui sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici, si sono sempre preoccupati di ‘non interferire’ sulla scelta del futuro vincitore compiuta preventivamente favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei casi in cui non fosse meritevole.

Allo stato, il gip ha riconosciuto l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico di 40 indagati coinvolti nella richiesta cautelare avanzata da questo ufficio.

Le indagini hanno documentato l’esistenza di un vero e proprio codice di comportamento “sommerso” operante in ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati, nessuno spazio deve essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo può essere presentato contro le decisioni degli organi statutari.

Le regole del codice hanno, altresì, un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni sono punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico.  

L’estrema pericolosità e la piena consapevolezza delle gravi illiceità commesse dal gruppo  spinto da finalità diverse dalla buona amministrazione e volto, al contrario, alla tutela degli interessi di pochi privilegiati che condividono le condotte criminali dell’associazione a delinquere in parola, emergono inoltre dalle raccomandazioni dei sodali di “non parlare” telefonicamente o dalla volontà palesata di effettuare delle preventive “bonifiche” degli Uffici pubblici per ridurre il rischio di indagini e accertamenti nei loro confronti.

In conclusione, l’operazione della Polizia di Stato, ha consentito di accertare l’esistenza di n. 27 concorsi truccati: n. 17 per professore ordinario, n. 4 per professore associato, n. 6 per ricercatore.

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