I figli neri nell’estate del razzismo

I figli neri nell’estate del razzismo

Leggendo la lettera della fondatrice di “Mamme per la pelle” apparsa sul quotidiano La Repubblica, sono stato attratto da profondi sentimenti di riflessione sul grave momento che stiamo vivendo in questo nostro Paese così dilaniato da pericolose scintille di razzismo. “In spiaggia a mio figlio hanno urlato: questo Paese è nostro, tornatene a casa”. Parole pesanti come macigni, frasi di odio che attentano la democrazia di un Paese civile che non può tollerare il reiterato incitamento al disprezzo verso chi ha la pelle nera. “Caro direttore, sono la mamma adottiva di due figli nati in Africa. Negli ultimi mesi, noi madri di figli di etnie diverse stiamo vivendo sulla nostra pelle e quella dei nostri figli esperienze viste e raccontate nei film americani degli anni cinquanta e sessanta sulla condizione dei neri”. Così inizia l’accorata lettera di questa madre che vive l’angoscia di un contesto sociale che soltanto qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile di vivere in un’Italia che storicamente ha lottato per i diritti civili e la libertà. Eppure, poco alla volta e con fare subdolo e viscido, il pensiero dell’odio incondizionato del bianco contro il nero si è infiltrato grazie soprattutto ai continui proclami politici di un certo populismo che non tiene conto dei sentimenti di umanità. Già, sembra ieri, eppure sono passati tanti anni da quando ho scritto e pubblicato quest’articolo che ripropongo interamente per riflettere come il trascorrere del tempo e il vissuto della storia, non siano in grado di insegnarci il valore del rispetto, dell’uguaglianza, della fratellanza, che ci facciano comprendere e apprezzare la grandezza della democrazia, della libertà e del loro immenso significato umano che non sappiamo apprezzare. Buona lettura.

I have a dream

Ho sempre pensato che la differenza tra il genere umano e quello animale fosse dato sostanzialmente dal cervello che, direttamente collegato all’anima, fosse capace di sensibilizzare la coscienza delle persone. Purtroppo, il manifestarsi di certi fatti di cronaca quotidiana che spesso inneggiano all’odio, mi ha fatto riflettere e in qualche caso mi sono pure ricreduto sulla capacità dell’uomo di rendersi davvero diverso da quelle che sono certe spiccate caratteristiche del genere animale. Sono pensieri legittimi che spesso mi assalgono spontanei quando ancora oggi nello stilare le mie cronache sportive, devo evidenziare alcuni atti d’inciviltà e d’impronta chiaramente razziale che sono raccapriccianti nell’offendere la mia, anzi, la nostra sensibilità. Sembra sempre tutto inutile, incapaci come siamo di fare tesoro delle esperienze vissute dai grandi uomini della storia mondiale, che attraverso il loro straordinario esempio hanno pagato con il caro prezzo della vita. “I have a dream”, (Io ho un sogno!). E’ una celebre frase detta da Martin Luther King il 28 agosto del 1963 a Washington in occasione dell’incontro al Lincoln Memorial durante la marcia per lavoro e libertà. “Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: riteniamo evidenti queste verità, e cioè che tutti gli uomini sono stati creati uguali”. Ebbene, è passato mezzo secolo, ma ho l’impressione che l’esempio e l’esperienza vissuta da Martin Luther King non ci abbia insegnato nulla. Pregiudizi, acredine, odio e soprusi del bianco contro l’uomo di colore non sono stati debellati completamente, prova ne è che ancora oggi esistono focolai pericolosi, frutto di reminiscenze che disarmano e mortificano il genere umano. Martin Luther King è accostato a Gandhi per la sua attività di pacifista, il leader della non violenza della cui opera King è stato un appassionato studioso, così come lo è stato di Richard Gregg, primo americano a teorizzare organicamente la lotta non violenta. “I have a dream”, quanti di noi rinchiudono questa frase nel cassetto dei propri desideri, e quanti altri la sbandierano invece apertamente con il legittimo orgoglio di far sapere al mondo ciò che vogliono. Già, “I have a dream”, parole ripetute molte volte da King nel suo celeberrimo discorso. Una frase sentita, accorata, rivolta a milioni di americani e di uomini di tutto il mondo, affinché capissero l’importanza dell’uguaglianza, della fratellanza, del rispetto, come base fondamentale dei diritti civili dell’umanità. “I have a dream” contro ogni forma di pregiudizio etnico. Tutti sanno che Martin Luther King è stato un pastore protestante, politico e attivista statunitense, leader dei diritti civili. Per questo pagò con la vita il 4 aprile del 1968 a soli 39 anni, (essendo nato ad Atlanta il 15 gennaio del 1929), allorquando fu assassinato con un colpo di fucile alla testa sul balcone di un hotel americano. Di lui ci resta l’esempio della vita religiosa e civile vissuta in virtù della pace, della libertà e del rispetto del genere umano. Ma c’è ancora un’altra frase che inneggia sull’importanza vitale della libertà, che Martin Luther King ci ha lasciato in eredità: ”Quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio, da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole di un vecchio spiritual – Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”. Purtroppo, ancora oggi i concetti di libertà, di rispetto, di unione fra razze, religioni, ideologie e del loro sacrosanto valore intrinseco, non sono stati ancora compresi appieno, anzi si tenta addirittura di calpestarli nel tentativo di tornare indietro cancellando il senso della rivoluzione di pensiero atta a sensibilizzare le coscienze. Per questo mi piacerebbe che sugli spalti dello stadio in contrapposizione a certe frange pericolose che urlano in maniera incivile i “BU” razziali, o di certa politica populista che non fa altro che inneggiare all’odio scoraggiando i sentimenti d’integrazione a favore dei migranti, ci fosse un solo vessillo: “I have a dream”.

Salvino Cavallaro

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