Casa Famiglia, un istituto che chiede aiuti

Casa Famiglia, un istituto che chiede aiuti

Per te, Antonio Bertolusso.

Se c’è un posto in cui vanno coloro i quali su questa terra hanno sofferto e aiutato chi ha bisogno degli altri, allora tu sei già là, caro amico Antonio. Tanti sono i ricordi che mi legano a te e altrettanti sono stati i momenti in cui mi hai confidato di sentirti solo nel portare avanti l’aiuto ai bambini delle Case Famiglia. Un sentimento profondo ti amareggiava quando negli occhi dei bimbi senza mamma e papà avvertivi la tristezza di un vivere senza affetti. In loro vedevi il tuo passato, quando tu, a pochi anni della tua vita, hai conosciuto l’abbandono proprio in quelli che allora si chiamavano orfanotrofi. E oggi che non ci sei più, ho rispolverato tra i miei archivi quell’articolo che tu mi hai tanto esortato di scrivere. Ricordo di essermi documentato, ho letto e fatto ricerche sul tema delle Case Famiglie e dei bimbi abbandonati che a te, caro Antonio, sono sempre stati a cuore. Ricordo ancora i tuoi “grazie” per quanto avevo scritto, ed hai persino voluto postarlo su facebook per dare maggiore visibilità. Oggi ne propongo ancora la pubblicazione per te che sei stato un amico, tifoso del Toro e uomo leale. Ciao Antonio. Ti abbraccio.

Salvino

 

Nel nome del Toro, vogliamo aiutare i bambini in difficoltà che vivono in alcune case famiglia. Il nostro sogno è di poter sensibilizzare tanta gente a non dimenticare chi soffre”. Parla con voce chiara, sicura e piena di speranza, l’ex presidente di A.CU.TO – Associazione Cuore Toro – Prof. Antonio Bertolusso. Fondatore, ideatore ed anche anima pensante di un’associazione nata per non avere fini di lucro ma per esclusivo scopo benefico, Bertolusso e Acuto si integravano perfettamente in un binomio indissolubile, nato per essere l’uno il complemento dell’altro. E oggi, che non fa più parte dell’associazione, sembra comunque vivere in simbiosi con il mondo dei bambini dimenticati da tutti, dai quali non riesce a staccarsi nemmeno per un attimo. Professore all’Università di Torino presso la scuola di Biotecnologie, Antonio Bertolusso ha da sempre racchiuso nel suo animo sensibile l’aiuto verso coloro i quali rappresentano maggiormente la realtà più fragile e indifesa del nostro mondo: i bambini. I bambini abbandonati o affidati a Istituti di Accoglienza, i bambini poveri e ammalati, i bambini bisognosi di attenzioni, i bambini che chiedono una carezza emblema di un affetto a loro sconosciuto. Ed è ormai da circa trent’anni che il Prof. Bertolusso porta avanti con amore un impegno giornaliero verso l’Istituto Charitas di Torino, preoccupandosi costantemente che nulla venga a mancare a quei faccini il cui sguardo emblematico è l’eloquente desiderio d’amore. Grande tifoso, innamorato del Toro e del Grande Torino, lui, Antonio Bertolusso, ha voluto unire le sue premurose attenzioni verso i bambini più bisognosi, con quella fede e con quel Cuore Granata che sono da sempre emblema, non solo di passione sportiva ma anche di grandi ideali. Che strano questo amore per il pallone, così capace d’incunearsi tra sentimenti di vera passione sportiva e modus operandi per il bene altrui. E’ uno stile di vita, una correlazione fatta di empatia tra il gioco del pallone inteso come aggregazione sociale, che diventa mezzo insostituibile di comunicazione e sensibilizzazione a beneficio di coloro i quali rappresentano la parte più fragile e disperata dell’umanità. Ma cosa sono le Case Famiglia, come sono strutturate, come si vive all’interno, chi si occupa di gestire anche in termini di legge i minori ad esse affidate? Sinceramente, non sappiamo se nella difficoltà sempre maggiore del vivere quotidiano, qualcuno abbia ancora l’impulso di pensare a chi sta peggio. E non immaginiamo neppure se il pensiero di entrare a conoscere certe realtà sociali e istituzionali come le Case Famiglia, possano in qualche modo carpire la curiosità benefica della gente. Ed è per questo motivo che oggi vogliamo porre l’attenzione su un tema che troppe volte davvero sfugge alla nostra sensibilità. Fino a pochi anni fa si chiamavano Orfanotrofi, poi col passare degli anni e con il migliorare della tutela dei giovani e delle strutture da parte delle leggi dello Stato, si chiamano appunto Case Famiglia. In Italia ci sono oltre 20 mila giovani, tra neonati, bambini e ragazzi ospitati da strutture di accoglienza. Sono veri e propri Istituti capaci di ospitare chi è stato abbandonato dai genitori naturali o non li ha mai conosciuti. Solo uno su cinque di loro è assegnato (con adozione o con affido) dai Tribunali alle famiglie che ne fanno richiesta e che, statisticamente, sono più di dieci mila. Si tratta di una media bassissima, tra le più scarse d’Europa. L’attesa di avere un bimbo in adozione o in affidamento è spesso biblica e le pratiche burocratiche da espletare sembrano essere insormontabili. Ma, troppe volte davvero, si dimentica che dentro certe ferree leggi italiane sul tema di adozione, c’è la speranza di un bambino di potere entrare nel cuore e nell’anima di una mamma e di un padre che non hanno mai avuto. Certo, questo tema così particolare che coinvolge la cruda realtà delle leggi sulla tutela dei minori e i trasparenti e puri sentimenti umani legati all’affetto verso un bambino che chiede aiuto, sembra esserci un abisso di controsensi. Là dove urge fare in fretta, sembra quasi che ci siano chissà quali interessi sommersi per allungare tempi che non hanno ragione d’essere. Il destino più comune per un bambino che cresce in una casa famiglia è di diventare un pacco, spesso sballottato da un istituto all’altro in attesa appunto di essere affidato a qualche famiglia “vera”. Si calcola che in Italia ci siano oltre 1800 strutture suddivise tra Nord, Centro e Sud, con regioni quali Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia, che raggiungono numeri più consistenti, stimati tra le 250 e le 300 unità. Ma le Case Famiglia in Italia, non sono solo adibite all’accoglienza di minorenni, ma anche di disabili, anziani, adulti in difficoltà, persone affette da AIDS e/o in generale anche di persone affette da problemi psico-sociali. Un mondo dunque che richiede particolari attenzioni, aiuti di ogni genere con predisposizione particolare al volontariato, là dove il significato profondo di questa parola vuol dire donarsi agli altri senza alcuno scopo di lucro. Ci rendiamo conto della difficoltà di sensibilizzare il mondo contemporaneo a quella vita non vita che vegeta oltre “quelle porte” chiamate Istituti d’accoglienza. Il nostro, non vuole essere un messaggio ammantato di retorica, ma più semplicemente si pone l’obiettivo di sensibilizzare e fare riflettere coloro i quali hanno una predisposizione naturale all’attenzione verso gli emarginati, le categorie più fragili e i disadattati. E, a questo proposito, accogliamo la richiesta del Prof. Bertolusso che vuole rivolgersi a coloro i quali desiderano avere maggiori informazioni sulle Case Famiglia, i bambini e le persone che soffrono. Tutti possono usufruire dei suoi contatti personali.

Salvino Cavallaro

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