La chiusura dell’Ilva di Taranto? Una bomba sociale!

La chiusura dell’Ilva di Taranto? Una bomba sociale!

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                                                                                                                     Salvino Cavallato

Non si finisce mai di vivere di ansia e di pessimistiche notizie in questo nostro Paese chiamato Italia, in cui le parole si moltiplicano a dismisura rispetto ai fatti concreti. Di tutto ciò ne soffre terribilmente lo stato sociale, talora così disarmato e anche incapace di significare la propria disperazione. La ventilata chiusura dell’Ilva di Taranto è la goccia che sta facendo traboccare quel vaso carico di incertezze per la mancanza di occupazione in un Paese dove l’economia è sempre più fragile e dove le contraddizioni politiche sono sempre all’ordine del giorno. Il colosso industriale Arcelor Mittal ha deciso di lasciare l’Italia e rescinde l’accordo che era stato stabilito il 31 ottobre, per acquisire le acciaierie ex Ilva di Taranto e alcune sue controllate. Oltre al mancato scudo legale e ai provvedimenti del Tribunale di Taranto, la Arcelor Mittal così argomenta la sua decisione: “Altri gravi eventi indipendenti dalla nostra volontà, hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente compromesso la capacità di effettuare i necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto”. C’è dunque un allarme sindacale di vaste proporzioni, che per ovvi motivi deve essere preso in considerazione con la dovuta urgenza del caso. Ne va della nostra industria, ne va della nostra occupazione, ne va del nostro presente e del nostro futuro. Intanto a Palazzo Chigi si svolge un vertice di consiglio dei ministri interessati, i quali alla presenza del premier Giuseppe Conte, vaglieranno attentamente la situazione e il da farsi per venire incontro ai problemi messi sul tappeto da Arcelor Mittal. Così si esprime il Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli: “Il Governo non consentirà la chiusura dell’Ilva. Non esistono presupposti giuridici per il recesso del contratto. Convocheremo immediatamente Mittal”. Intanto anche il segretario generale della Cgil Maurizio Landini fa sentire la sua voce a nome di tutti i sindacati: “Noi stiamo chiedendo che venga applicato l’accordo. Quindi il governo tolga dal tavolo delle trattative qualsiasi alibi sulle questioni penali e allo stesso tempo chiediamo alla Arcelor Mittal di non fare la furba. Noi diciamo inoltre che sarebbe utile un ingresso pubblico che può essere CDP. Si potrebbero così introdurre nuovi elementi di garanzia per il governo e per Arcelor Mittal”. Certo, la questione ha la massima priorità su ogni altra cosa si presenti all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri, perché tutelare gli investimenti produttivi, salvaguardare i livelli occupazionali e proseguire nel piano ambientale, deve essere un impegno serio dal punto di vista politico. In tutto ciò ne va la credibilità della gente verso una politica italiana che troppo spesso si perde in liti e discorsi interni di partito, mentre l’Italia aspetta agonizzante un cenno di tutela e di garanzia per un futuro migliore.

Salvino Cavallaro

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