CATANIA, OPERAZIONE ANTI-TRATTA “PROMISE LAND”

CATANIA, OPERAZIONE ANTI-TRATTA “PROMISE LAND”

La Polizia di Stato di Catania, all’alba di oggi, su delega della locale Direzione Distrettuale Antimafia, ha dato esecuzione ad ordinanza di applicazione di misura cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Catania, nei confronti di 10 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione.

Ai destinatari della odierna misura sono state contestate anche le aggravanti della transnazionalità del reato, di avere agito mediante minaccia attuata attraverso la realizzazione del rito religioso-esoterico del voodoo.

Gli indagati approfittavano della peculiare situazione di vulnerabilità e di necessità delle vittime (talvolta minori) e mediante inganno, consistito nel tacere l’effettiva destinazione al meretricio e nel rappresentare falsamente la possibilità di svolgere un’occupazione lavorativa lecita, le iniziavano alla prostituzione.

Peraltro le stesse venivano esposte ad un grave pericolo per la vita e l’integrità fisica essendo costrette ad attraversare il continente di origine sottoposte a privazioni di ogni genere e a diverse forme di violenza giungendo in Italia via mare a bordo di imbarcazioni occupate da moltissimi migranti, con rischio di naufragio.

L’attività investigativa, svolta dai poliziotti della Squadra Mobile di Catania, con la collaborazione delle Squadre Mobili di Messina, Caltanissetta, Verona, Novara e Cuneo, ha preso il via dalle dichiarazioni rese da una giovane donna nigeriana giunta in data 7.4.2017, unitamente ad altri 433 migranti di varie nazionalità,  presso il porto di Catania a bordo della motonave “Aquarius” della O.N.G. “S.O.S. Mediterranée”.

Durante le fasi di accoglienza dei migranti un team di investigatori della Sezione Criminalità Straniera, specializzato nella cd. early identification di presunte vittime di tratta, individuava un soggetto vulnerabile, “Giuly” – nome di fantasia, n.d.r., che, escussa, dichiarava di aver lasciato il suo paese perché convinta da un connazionale che le aveva proposto di raggiungerlo in Italia, promettendole un lavoro lecito e  anticipandole le spese del viaggio.

Dal racconto della giovane emergevano plurimi dettagli sulla fase del reclutamento in Nigeria (dalla indicazione del Ju-Ju man ovvero lo stregone che aveva officiato il rito, alla procedura del giuramento e della sottoposizione al rito Ju-Ju, sotto la minaccia del quale la giovane aveva assunto il solenne impegno di non denunciare, di non fuggire e di pagare il debito d’ingaggio assunto, ammontante a 25.000 euro) alla fase del trasferimento in Italia dalla Libia ove veniva imbarcata su un natante di fortuna per poi essere soccorsa insieme agli altri migranti e condotta a Catania.

L’attività tecnica permetteva di identificare il connazionale della donna in colui che, dopo qualche giorno dal collocamento di “Giuly” – nome di fantasia, n.d.r., in una struttura protetta, si attivava per prelevarla, portandola presso la sua abitazione ed avviandola al meretricio.

I poliziotti hanno ricostruito un network criminale transnazionale, con cellule operative in Nigeria, Libia, Italia ed altri paesi europei, specializzato nella lucrosa attività di human trafficking, permettendo di accertare numerose vicende di tratta (almeno 15) ai danni di altrettante connazionali.

Il leader del sodalizio con la complicità in madrepatria dei familiari addetti al reclutamento e alla sottoposizione ai riti magici intratteneva i rapporti con i connection-man stanziati in Libia, incaricati di curare la fase finale e più pericolosa del viaggio ovvero la traversata via mare dalle coste libiche a quelle dell’Italia, ritenuta dalle vittime una vera e propria terra promessa ove avrebbero potuto sottrarsi alla miseria  del paese di origine, aiutando anche i familiari ivi rimasti.

Le vittime una volta giunte in Italia venivano, invece, sfruttate in modo da ottenere da esse il massimo rendimento e venivano “smistate” in luoghi diversi del territorio italiano e affidate alle cure di altri indagati.

Alcune delle ragazze venivano immesse nel circuito della prostituzione delle strade messinesi, ove una delle odierne indagate risultava gestire alcuni joints (postazioni lavorative su strada) e alla quale venivano rimessi da alcuni dei sodali i canoni mensili per singola posizione occupata, previa riscossione del relativo importo.

Le vittime erano costrette a inviare le somme di denaro direttamente al voodoolista che in Nigeria le aveva sottoposte al “juju” ovvero ai propri parenti affinché questi ultimi versassero le somme al voodoolista; il voodoolista al momento della ricezione delle somme avvisava la “madame” o i di lei parenti in Nigeria e questi ultimi si recavano dal voodoolista per incassare le somme nell’interesse della congiunta, somme che ovviamente restavano in Nigeria.

Detta prassi assolveva evidentemente un doppio compito, ovverossia per un verso la circostanza di dover versare al voodoolista ingenerava nelle vittime una ulteriore pressione psicologica, per altro verso, assicurava impermeabilità all’attenzione investigativa elidendo ogni flusso economico diretto vittima/madame.

Il volume di affari generato da detti traffici illeciti veniva gestito grazie al coinvolgimento di altri connazionali che si prestavano per trasferire, attraverso canali non ufficiali, la massima parte del denaro in Nigeria (ove veniva impiegato in investimenti immobiliari) ovvero per trasferirlo ai connection men libici in pagamento di nuovi viaggio di nuove vittime.

         Dall’analisi dei flussi di denaro movimentato attraverso le carte di credito e postapay emerse nel corso delle indagini (e tutte sottoposte a sequestro) risultavano accertate operazioni nel periodo di interesse per un ammontare complessivo pari a 1.200.000,00 euro.

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