IL PROCESSO A GIULIO ANDREOTTI, ACCUSATO DI ESSERE MAFIOSO, VOLEVA FORSE DIRE CHE TUTTA LA DC ERA PARTE DI COSA NOSTRA? O SI VOLEVA DEVIARE L’ATTENZIONE, COME CON “MANI PULITE,” DAL CROLLO DEL MURO E DAL FALLIMENTO CONSEGUENTE DEL PCI LEGATO A MOSCA?

IL PROCESSO A GIULIO ANDREOTTI, ACCUSATO DI ESSERE MAFIOSO, VOLEVA FORSE DIRE CHE TUTTA LA DC ERA PARTE DI COSA NOSTRA? O SI VOLEVA DEVIARE L’ATTENZIONE, COME CON “MANI PULITE,” DAL CROLLO DEL MURO E DAL FALLIMENTO CONSEGUENTE DEL PCI LEGATO A MOSCA?

— Giulio Andreotti a processo protetto dai Carabinieri.  Inchiesta.

 

 

— Giuseppe Stella.

  • Ag. Agim –

PREMESSA

C’e’ un legame politico tra il crollo del “Muro di Berlino”, il fallimento del comunismo sovietico e italiano, “mani pulire” e il processo per mafia a Giulio Andreotti? E perchè l’avvio di detto processo iniziò in concomitanza con “tangentopoli”, che eliminò di colpo tutto il pentapartito allora al potere con Craxi costretto all’autoesilio ad Hammamet? L’ex Pci si salvò da ogni inchiesta in quanto nel 1989 fecero un’apposita legge che prescriveva tutti i finanziamenti illeciti precedenti ai partiti; e la Russia d’allora mandava ai comunisti italiani vagonate di rubli per alimentare la “Gladio Rossa” (bande armate clandestine) che dovevano servire per la rivoluzione nel Paese e una guerra civile per il potere (eversione contro Stato). Tutto messo sotto silenzio (prima e dopo), come d’incanto!!!

giulio innocente Un libro sulle tesi innocentiste. 

Contestualmente a mani pulite, fu aperto come detto un altro filone eclatante: il processo a un uomo delle Istituzioni con numerosissimi incarichi di governo di altissimo livello.

Ma ora parliamo proprio di Giulio Andreotti che, si sa, nella sua lunghissima carriera politica ha ricoperto ruoli assai prestigiosi (ben 7 volte Presidente del Consiglio) e ovviamente è stato soggetto com’è sempre avvenuto in Italia (e capita tuttora ai politici di turno) ad attraversare periodi difficili, sia politicamente che in merito a vicende criminali delle quali venne accusato e sospettato (in genere collusioni con la mafia, con la quale nella sua lunga carriera si è trovato a dover fare i conti a Roma e in Sicilia).

A marzo del 1993, in piena Tangentopoli (coincidenza?), arriva da Palermo una notizia sconcertante e clamorosa: Andreotti è indagato per mafia.

 

Andreotti diffonde la notizia in dodici righe: “Accusare me di mafia – scrive – è paradossale. Come governo, e anche in prima persona, ho adottato contro i mafiosi duri provvedimenti e proposto leggi severissime ed efficaci. Dovevo attendermi la loro vendetta e, in un certo senso, è meglio così che con la lupara“. Una vendetta della mafia per le leggi antimafia fatte dallo statista? E la procura allora che c’entrava!!!

Il 26 settembre del ’95 prende il via il processo all’Ucciardone di Palermo. “Sono sereno ma la fede in Dio mi aiuta” disse.

In Sicilia, durante lo sbarco degli Alleati a Gela (e questa non è realtà romanzata ma… storia), gli Usa e il Pentagono americano si avvalsero di cosa nostra italo-americana per riuscire a cacciare i tedeschi dall’Isola nel minor tempo possibile, ciò che avvenne puntualmente in 39 giorni. Ma questa è un’altra soria! Anche l’Unità d’Italia nel 1860 fu fatta con l’apporto determinante di Cosa nostra e della Camorra. Dunque, la mafia in Italia è onnipresente…e agisce ovunque coi suoi infiltrati, pertanto la sua azione spesso può coinvolgere anche politici di primo piano e non solo volente o nolente.

Tornando ad Andreotti, i suoi processi con Caselli a Palermo puntarono sulle frequentazioni siciliane del personaggio politico, ma la prescrizione del 21 dicembre 2002 lo salvò dall’arresto perchè la sentenza della Cassazione venne pronunciata il 15 ottobre 2004.

Andreotti in sintesi fu considerato referente delle cosche mafiose nelle istituzioni (ma anche di recente si è parlato di mafia capitale. I referenti chi erano?), cosa limitata alla primavera del 1980 con l’accusa che parlava di associazione semplice, l’aggravante mafiosa non esisteva ancora perchè inserita nel Codice penale dal 1982.

La frequentazione di Andreotti con i mafiosi venne considerata, nella sentenza,”stabile, certa ed amichevole”. Per alcuni incontri equivoci con i boss non furono trovate prove o riscontri.

I suoi referenti siciliani furono individuati in Salvo Lima (poi ucciso dalla mafia. Delitto che indicava per gli investigatori una rottura dei rapporti politico-mafiosi…), nei cugini Salvo e in Vito Ciancimino. La Corte accertò pure frequentazioni e rapporti coltivati tra Andreotti e Badalamenti, particolarmente però con Bontate per ragioni di natura elettorale.

Mino Pecorelli, il giornalista ucciso a Roma nel 1979, secondo Buscetta (pentito storico della mafia), poteva nuocere ad Andreotti per una sua inchiesta sul memoriale di Aldo Moro che, a parer suo, aveva rilasciato dichiarazioni compromettenti alle Brigate Rosse quando era loro prigioniero. Queste rivelazioni sarebbero state talmente pericolose che i cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti lo avrebbero ammazzato. Ed ecco che anche qui (caso Moro), se le cose sono vere, entra in gioco la mafia (guerra fredda e cosa nostra che s’intrecciano). Il processo e  la sentenza di primo grado riconobbe Andreotti innocente ma le ricostruzioni dei pentiti furono considerate “attendibili” (un’incongruenza). In appello, nel 2002 Andreotti, 83enne, fu condannato a 24 anni di carcere come mandante dell’omicidio Pecorelli. La Cassazione però nel 2003 annullò definitivamente la sentenza di Appello, confermando l’assoluzione di primo grado.

Andreotti fu spesso accusato di cattive frequentazioni, anche nella P2, la famosa massoneria deviata e coperta nella quale però gravitavano altissime personalità di spicco: politiche, militari e anche giudici…,, persino il generale Dalla Chiesa, poi ucciso dalla mafia, ne faceva parte.

Insomma, la guerra fredda era finita, il muro era crollato ma l’Italia era in fermento con magistrati e sinistre, orfane di Mosca e del sovietismo tirannico, che cercavano nuove fonti di riscatto politiche e giudiziarie sicure. Fu la magistratura ad aiutarle e ad iniziare le danze con “mani pulite” e il processo ai politici che avevano tenuto in piedi la prima repubblica (…forse anche con l’aiuto delle mafie e della massoneria?), evitando rivoluzioni armate paventate, guerre civili incombenti e l’offensiva devastante delle Br che si dipanò fino al 1988.

SULL’AVVENIRE DEL 18 GENNAIO 2019 IN UN ARTICOLO DI MARCO TARQUINIO, GIANCARLO CASELLI (UNO DEI PROMOTORI DEL PROCESSO AD ANDREOTTI) scrive al direttore: in un mio libro intitolato: – guarda un po’ che presunzione! – “La verità sul processo Andreotti” dico che “l’incontrovertibile verità processuale è questa: la Cassazione ( 28 dicembre 2004) ha confermato in via definitiva e irreversibile la sentenza della Corte d’Appello (2 maggio 2003)… E cioè che fino alla primavera del 1980 l’imputato ha commesso (sic) il reato di associazione a delinquere con Cosa nostra. Reato prescritto a causa del tempo decorso dalla sua commissione, ma pur sempre commesso: come dimostra la motivazione (si può trovare su internet) fondata su prove concrete e sicure. Soltanto dopo il 1980 si parla di assoluzione (sia pure in forma di fatto dubitativa), ma prima di questa data neanche un po’. Per cui sostenere che un imputato è stato assolto per aver commesso il reato è non solo uno strafalcione giuridico ma è prima di tutto un’offesa alla logica e al buon senso. E gli ostinati “irriducibili” andrebbero quanto meno… capiti. Si celebri liberamente tutto quel che si vuole, si rispettino le persone sempre e comunque. Ci mancherebbe. Ma attenzione in certi casi alle modalità e all’abuso di sedi istituzionali”… Firmato: Gian Carlo Caselli.

Pubblichiamo integralmente la risposta del direttore di “Avvenire”

Accolgo con attenzione e rispetto, gentile dottor Caselli, le sue argomentazioni, i dati e le date che richiama. E mi scuote di nuovo, ma non mi sorprende affatto, che con tanta fermezza lei confermi le convinzioni maturate nell’esercizio del suo ufficio di Procuratore della Repubblica a Palermo e nella conduzione di un processo che si può ben definire “storico”. Giulio Andreotti al termine di quel processo ottenne la sentenza di Cassazione che lei richiama e che, a distanza di anni, continua a colpire anche me per la sua complessità tra assoluzione e prescrizione, che richiama inevitabilmente la complessità della storia politica e della straordinaria militanza pubblica di quest’uomo di Stato. Una complessità che si è manifestata anche con la grintosa docilità dell’imputato Andreotti. E la sua condizione di senatore a vita diede speciale forza – negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica – alla dimostrazione di senso delle Istituzioni con cui si assoggettò alla legge e a un lungo e grave percorso giudiziario. Una complessità sulla quale ha gettato una luce forte e inattesa la pubblicazione, nel 2014, di una piccola ma impressionante serie di lettere dell’anima ai familiari da aprire «post-mortem». Rimando all’editoriale che scrissi in quell’occasione (Avvenire, 4 maggio 2014 tinyurl.com/lettere-di-andreotti) e ne cito il passaggio che ne spiega il titolo – «La verità interiore » – e ne riassume l’intenzione: «Si dice spesso, a proposito di personaggi grandi e controversi, che ci sono verità storiche e verità processuali che li riguardano. Di Giulio Andreotti questo è stato detto, pro e contro, più volte. C’è però anche una verità interiore, quella che si riserva a se stessi e, a volte, alle persone più care. Una verità che quasi mai emerge. Stavolta è avvenuto. Ed è una verità buona e utile. Non una medaglia, né un’assoluzione. Ma qualcosa di più profondo. Una verità scomoda, come tutte le verità». E con la verità – siamo perfettamente d’accordo, gentile dottor Caselli – tutti noi dobbiamo fare i conti con chiarezza. La stessa chiarezza che – ne sono convinto – ci farà sconfiggere la mafia e il terrorismo e l’odio politico restando umani. E cristiani. Anzi essendolo con più umiltà, più passione e tenaci ragioni”.

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