Willy, giovane vittima dell’odio

Willy, giovane vittima dell’odio

— Foto Willy.

Certi fatti di delinquenza animalesca non possono essere considerati occasionali, ma purtroppo ripetitivi e quasi costanti in un mondo diventato sempre più violento. La disavventura di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di 21 anni ucciso nella notte tra il 5 e il 6 settembre per difendere un amico preso di mira e massacrato di botte dal branco, fa riflettere su come l’odio si sia impadronito dell’essere umano con il gusto di menare le mani creando piccoli pretesti per giustificare ciò che non ha e non può avere alcuna giustificazione di sorta. Una giovane vita spezzata nel modo più tragico e orripilante che la nostra memoria ricordi. Ma la cosa grave è data, come dicevamo pocanzi, dalla continuità di certi fatti delinquenziali che si moltiplicano a vista d’occhio. C’è un sistema sociale da psicanalizzare nello sviluppo del non rapporto verbale sostituito dall’ira e dall’odio, talora verso chi che sia per il gusto di dare una lezione, una punizione a chi? Per chi? Per che cosa? Si picchia in maniera feroce e basta. Come le bestie, come chi non manifesta alcuna tendenza umana se non per il fatto di essere nati e catalogati come tali nella carta d’identità. Oggi qualcuno fa riferimento a discipline violente come le arti marziali, che sarebbero causa di eccitazione mentale conducibile alla violenza, così come è stato per i due fratelli che hanno massacrato di botte il povero Willy. Un gesto punitivo, quando invece tra persone normali doveva essere considerato un fatto meritorio di coraggio. Sì, perché Willy in quella occasione era intervenuto per separare la violenza e non alimentarla. Si dice anche che i due giovani uccisori di Willy fossero recidivi e che in zona tutti sapevano della loro pericolosità. Un’abitudine tremenda a considerare questo nostro Paese chiamato Italia a non prevenire mai l’irreparabile ma sperare che non avvenga mai il peggio. E poi succede! Si, succede come a Willy, come a qualsiasi altro ragazzo o comune mortale che malauguratamente s’imbatte suo malgrado in situazioni senza uscita. Noi non sappiamo se veramente gli sport violenti siano da bandire, sappiamo soltanto che questo continuo alimentare l’odio si traduce in una società malsana, delinquente e pericolosa, che non tutela nessuno. Noi e i nostri figli, esposti come siamo al male che sgorga tra le viscere velenose di un umano ormai alla deriva dei più basilari metodi del vivere civile. E non si confonda questo nostro pensiero con qualcosa o qualcuno che sguazzando in questi casi di violenza ne fa motivo per fomentare pericolosi sistemi squadristi di impronta estremista. L’uomo, anche il più violento e pericoloso, non si misura nell’inibizione della frequentazione di sport e palestre in cui lo scontro fisico è alla base di ogni cosa. Educare le menti è fondamentale e resta il principio più importante nella coabitazione dell’essere umano che, assieme ad altri, forma la società in cui viviamo. Non tutti coloro i quali praticano discipline violente sono necessariamente portati alla delinquenza, all’ira e all’odio, con relativa eccitazione dei sensi di chissà quali reminiscenze personali pregresse nel tempo. Ma è nell’istinto di volere dare una lezione punitiva per ciò che rappresenta il nulla, che bisogna agire con l’intento di modificare un comportamento che non ti deve far sentire forte, ma debole, fragile, nonostante i muscoli, i tatuaggi e le sostanze chimiche inserite nel proprio corpo per illudere e illudersi di essere padroni del mondo. Correggiamo insieme questa società, non come repressione estremista di una politica che invoglia all’occhio per occhio e dente per dente, ma a un processo più umanizzante che parta dalla scuola, dai valori e da un aggiornamento di sensibilizzazione comportamentale, meritevole di un vivere civile. Solo così si potrà evitare il ripetersi di fatti di cronaca aberrante, come quella accaduta al povero Willy.

Salvino Cavallaro

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