Il Sud che mi appartiene


Salvino Cavallaro – C’è un sud in ognuno di noi che è nato lì e può capire. Un sud che ti appartiene pur con tutte le sue mille contraddizioni. C’è chi ci vive da sempre, e c’è pure chi l’ha dovuto lasciare perché questo ha voluto il destino. Eppure, noi che siamo andati via, siamo rimasti legati ai luoghi della nostra infanzia, alla strada, ai giochi, ai personaggi che ci hanno accompagnato per lunghi tratti della nostra vita. Dimenticare non è possibile, ricordare è invece semplice. Sì, è facile come chi guarda il passato con gli occhi dell’amore che si lega al cuore. E così rivedi i tuoi compagni di scuola, il tuo maestro, mamma e papà che ti accompagnano il primo giorno di scuola, l’aula, gli antichi banchi di legno scalfiti dal tempo e che odorano ancora di passato. E poi le cose semplici che ti hanno accarezzato, accompagnato e fatto crescere assieme ai valori della vita. E’ il sud, è la sua cultura, è la bellezza della gente pronta a darti una mano, prodiga nell’essere ospitale e a farti sentire vivo e mai dimenticato. E’ il Sud, è la nostra terra meravigliosa. E’ bello potere scrivere, raccontare il mondo che ti appartiene perché lì sei nato. In quell’angolo di terra in cui sei stato partorito e che tu non hai neanche scelto, ma hai imparato a essere grato al destino che così ha voluto. Ricordo il mare della mia Milazzo, Santa Maria Maggiore, Vaccarella, la vita povera dei pescatori, il profumo di salsedine che arrivava penetrante e che scalfiva i muri assolati della casa in cui sono nato. Schegge di amorevoli ricordi che trasudano tra le barche ormeggiate nella piccola spiaggia che scorgevo nitida davanti casa. Ricordo il Natale, il carnevale, la Pasqua, la festa di San Francesco, quella di Santo Stefano. E poi ancora il 2 Novembre, la festa dei morti, le caldarroste, le paste di mandorla, la frutta multicolore di martorana e le dolci ossa dei morti. A ciascuno il suo. Ricordo che mia mamma li metteva sul contatore della luce, sulle sedie, sul tavolo, in cucina. E io a cercarli affannosamente tra le stanze di quella casa di Vaccarella dove il mare d’inverno e il vento impetuoso trascinava le alghe fin sul terrazzo. Ma d’estate era bello. Vivevamo sempre all’aperto. Lì, su quell’assolato terrazzo in cui si vedeva nascere e poi morire il giorno, si svolgeva gran parte dell’estate della mia famiglia. Unione perfetta che si completava con la semplicità delle cose. La granita comprata dal carrettino che passava giornalmente sotto casa. Poi il pranzo a base di pesce appena pescato e arrostito sulla carbonella. Un profumo unico, intenso, che ho ancora nelle narici. Un mangiare sano che costava poco, quasi niente. E poi la sera, quando la luna e le stelle s’infrangevano sul mare dando un chiarore unico e meraviglioso, consumavamo la nostra cena fatta di pane e insalata di pomodoro. Ricordo ancora il profumo di quel basilico che era simbolo d’estate, ma anche di un mangiare semplice, forse anche povero ma ricco di sentimenti, di valori, di affetto, di vita vissuta in maniera serena, semplice. Era, ed è, il mio sud. La mia terra che ho dovuto lasciare, ma mai abbandonare, tradire. Lì ci sono le mie radici profonde, lì c’è tutto quello che non dimenticherò mai.

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