La cultura della morte come significato di vita

La cultura della morte come significato di vita

Salvino Cavallaro – Sembrerebbe un controsenso, eppure i reiterati fatti di terrorismo islamico che fanno capo al califfato, lasciano tracce di profondo disagio sociale che nulla ha a che fare con la logica della vita. Il male ha la priorità su ogni cosa. Uccidere in maniera vigliacca, ignobile e senza fare distinguo di nulla, è il senso di una cultura della morte che è soltanto pretestuosa. Bruxelles, Nizza, Parigi, Berlino, Londra, Barcellona, il mondo occidentale è sotto attacco del califfato il quale arruola giovani 20enni inducendoli alla morte per loro e per gli altri. Il pretesto? Uccidere gli occidentali che sono cattolici cristiani e che hanno storicamente sfruttato il mondo orientale per arricchirsi. Ma non c’è Dio che vuole la morte così cruenta, non c’è Dio che non parli di amore, fratellanza e non c’è Dio che esorti all’odio. Quanta bruttura e quante lacrime si sprigionano dall’animo così lacerato di un mondo che assiste inerme e desidera la pace, mentre deve far fronte a un’epidemia di odio e morte che crea paure, incertezze e inguaribili insicurezze. E’ la fobia di vivere, la paura di esistere, esattamente ciò che vuole inculcarci questo terrorismo islamico. Passeggi per strada e ti arriva addosso il tir della morte più cattiva e atroce, che cervelli malati hanno studiato ad hoc per distruggere il desiderio di vita, di pace, di serenità. Tante volte abbiamo pensato come certi ragazzi, uomini, donne e anche bambini, possano essere intrisi e indottrinati alla morte come unico senso terreno, facendo pensare a un atto coraggioso e capace di meritarsi un posto nel paradiso del proprio Dio. E intanto cosa fa il mondo per tutelare tanti innocenti, tante vite umane che sono messe a repentaglio? Purtroppo non c’è unione d’intenti e ciascuno provvede sul proprio territorio con la logica dei vari livelli di rischio che significano fortificare le barriere e gli intralci, per non dare spazio ai tir di entrare in strade pedonali e uccidere investendo folle di innocenti senza pietà. Ma il problema deve essere rivisto alla radice, là dove nasce l’organizzazione di un califfato che si fa sempre più forte e stimolante nei pensieri di tanti giovani che desiderano arruolarsi per andare incontro alla morte in maniera autolesionista, pur di compiere atti di terrorismo becero e iniettato di sangue e odio. Difficile pensare oggi a una soluzione politica che possa difendere la vita che è unica, irripetibile e deve essere salvaguardata in maniera consona. Purtroppo, al momento, nonostante i reiterati appelli a volere vivere allontanando la paura della morte gratuita e cruenta che sta sempre dietro l’angolo, non ci resta che sperare in che cosa? Che l’uomo si ricordi di essere una persona e non una bestia. Con tutto il rispetto per certi animali capaci di insegnarci ciò che il lume della ragione umana ha perso da troppo tempo.

 

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