FOLLIE ITALICHE

FOLLIE  ITALICHE

Antonio Dovico – Semel in anno licet insanire. Antico adagio latino che significa: Una volta all’anno è lecito impazzire. Per una volta sia concesso a Zaia, governatore del Veneto, ed a Fontana,  governatore della Lombardia. I due lottano per ottenere l’autonomia dal resto d’Italia. Non è che abbiano torto marcio, dal loro punto di vista, ma la loro presa di posizione, oltre che urtante e inopportuna, è anche disumana  e miope.  In parte è vero che le regioni del sud sono parassite di quelle del nord, però i due signori autonomisti, a proposito della  ricchezza, causa prima che sta alla base del desiderio di secessione, fanno riaffiorare alla mia memoria un antica metafora di Menenio Agrippa. La pubblico: potrebbe tornare utile!
Menenio Agrippa spiegò l’ordinamento sociale romano con una metafora, paragonandolo (come in una favola di Esopo) a un corpo umano: infatti, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, così anche nell’organismo dell’uomo, se ciascuna parte collabora con le altre, sopravvive, se invece le parti discordano tra loro, tutte periscono. Così, se effettivamente le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo. Ma qualora lo stomaco non ricevesse cibo, non potrebbe poi ridistribuirlo, in piccole frazioni, a tutto il resto dell’organismo: cosicché l’intero corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.  Segue  il testo della favola.
“ Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.”
Con questo apologo Menenio Agrippa riuscì a sanare la situazione.
Per alcuni personaggi “buonisti” infatuati di giustizia sociale, la Democrazia è il  migliore e più giusto sistema di governo che possa essere concepito. Per essere vero, però,  è necessaria la totale omogeneità del popolo. Tutti istruiti, tutti onesti, tutti integri moralmente. Allora il criterio  secondo il quale un voto vale 1- (uno) funziona perfettamente. Ma alzi la mano chi ritiene che la popolazione italiana abbia i requisiti necessari elencati. Disomogeneità totale. Impossibile tentare di modificare la piega presa dalla popolazione adulta.
La vite secca si rompe ma non piega. Altro risultato coi rami verdi. Poco meno di un secolo fa, un “anonimo” capo di Stato, comprese la necessità di formare il popolo a degli alti ideali comuni tutti. Aveva adottato un motto che nessun altro  ha mai rubato. DIO PATRIA FAMIGLIA. Cosa gli fruttò?
L’accusa di plagio! Oggi godiamoci le delizie dell’Italia Arlecchina!

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