Dante Alighieri con la “Santa Inquisizione” rischiò il rogo perché criticava la corruzione morale e spirituale della Chiesa. L’inferno della “Divina Commedia” la rappresenta. Fu costretto all’esilio, lontano dalla sua Firenze ove non poté mai rientrare. L’eterna lotta, ancora attuale, tra guelfi e ghibellini


— Foto: sito skuola.net. Dante e la Divina Commedia —

— A cura di Giuseppe Stella —

Premessa

Se Dante pose nell’Inferno cinque frati, tre vescovi, un arcivescovo, un cardinale e sei papi, di cui due sicuramente in vita al momento del viaggio oltremondano, nella settimana santa del 1300, evidentemente un qualche problema con parte della Chiesa lo ebbe.

DANTE ERETICO

Di Adelio g. Pellegrini* http://www.vinsoft.net/pellegrini/DE/indice.php

“Biblioteca”  a cura di Mauro Novelli

“Dante è stato più volte accusato di eresia (per la Chiesa voleva dire condanna al rogo). Gli amici settari del “Dolce stil novo”, i “Fedeli d’amore”, hanno avuto problemi con l’Inquisizione (come anche il Petrarca, il cantore de’ casti amori), e/o hanno fatto l’esperienza del rogo (bruciati vivi come Cecco d’Ascoli il 26.9.1327).

Dante ghibellino, pur riconoscendo la Chiesa, voleva confinarne il suo potere nel campo spirituale e lasciare all’Imperatore quello politico. Il Poeta identifica la Chiesa del suo tempo con la puttana di Apocalisse 17 che amoreggia con i potenti della terra e la raffigura anche con la lupa che deve essere uccisa e ritornare nell’Inferno nel regno di Lucifero, dal quale era uscita. Questa Chiesa carnale dovrà essere sostituita con la Chiesa spirituale, pura, che l’evangelista Giovanni descrive in Apocalisse 12, è che è raffigurata da Beatrice.

L’Inferno di Dante è l’Italia sotto il dominio della Chiesa e nel Purgatorio il Poeta intravede la strada della liberazione”.

Una situazione sempre attuale: anche oggi imperano i guelfi e i ghibellini, sotto altre forme, e la Chiesa di Roma autoesercita un potere che si è dato (anche se non ha adepti perchè il popolo in massa nel mondo è laico e non osserva nessun suo precetto).

La chiave della lettura del poema dantesco è stata però perduta per depistaggi vari. Avrebbe permesso di evangelizzare coloro che volevano sapere evitando di essere accusati di eresia.

La Commedia è lo scritto più violento che il Medio Evo e anche la post Riforma ha prodotto nei confronti di Roma. E questo nonostante il potere del soglio pontificio fatto di pene di morte, di roghi, di torture e di caccia alle streghe della Chiesa del cosiddetto Sacro romano impero.

La lingua del dolce sì sona è diventata quella di un grande popolo che avrebbe dovuto trarre ispirazione dall’insegnamento dei profeti, dagli apostoli e dal padre della propria lingua, ma la storia ci dice che l’incarceramento, la persecuzione e la morte di chi credeva diversamente da Roma, hanno fatto sì che solo la lingua del più grande Poeta, e non il suo pensiero reale, sopravvivessero.

ll suo tempo ci doveva essere.

Chi non conosce Dante Alighieri e la sua grandiosa ineguagliabile opera denominata “La Divina Commedia”? Tutti nell’intero mondo. Il suo nome è come sappiamo fortemente legato alla politica fiorentina del tempo. Nacque a Firenze nel 1265 e morì a Ravenna nel 1321, a 56 anni.

Nel 1250 il governo della Città di Firenze costituito da borghesi e artigiani aveva messo da parte la nobiltà e i suoi poteri sul popolo. Firenze divenne così un centro commerciale Europeo con i primi fiorini (monete) d’oro e una pregiata riconosciuta divisa economica per i mercati d’allora.

In quel tempo imperversava il conflitto tra i cosiddetti guelfi, che erano favorevoli al “potere temporale dei papi”, e i ghibellini, che parteggiavano per “il primato politico degli imperatori”. Una vera e propria guerra tra la nobiltà e la borghesia d’allora. Quando nacque Dante i guelfi erano stati già cacciati da più di cinque anni e Firenze era nelle mani dei Ghibellini (antipapisti). Ma nel 1266 in città ritornarono prepotentemente i guelfi (papisti) e i ghibellini furono mandati via con le espulsioni.

Ma i guelfi a loro volta si spaccarono dividendosi in bianchi e neri. Poi vedremo cosa li distingueva.

Dante proveniva da una famiglia appartenente a una piccola nobiltà dell’epoca, più che altro benestanti (sembra che il padre praticasse anche l’usura). Conosce Beatrice (detta Bice, figlia di Folco Portinari) nel 1274, immortalata poi dal sommo poeta nella Divina Commedia; già a quell’età pre-puberale si innamora di lei perdutamente.

Quando aveva 5 anni (ma alcuni studiosi indicano tempi diversi sino a 10) muore sua madre Gabriella detta la “madre bella” e nel 1283 a circa 18 anni perde anche il padre. 

Da Wikipedia riportiamo quali tipi di studi Dante abbia fatto ai suoi tempi

La formazione intellettuale – I primi studi e Brunetto Latini.

Della formazione di Dante non si conosce molto. Con ogni probabilità seguì l’iter educativo proprio dell’epoca, che si basava sulla formazione presso un grammatico (conosciuto anche con il nome di doctor puerorum, probabilmente) con il quale apprendere prima i rudimenti linguistici, per poi approdare allo studio delle arti liberali, pilastro dell’educazione medioevale: aritmetica, geometria, musica, astronomia da un lato (quadrivio); dialettica, grammatica e retorica dall’altro (trivio). Come si può dedurre da Convivio II, 12, 2-4, l’importanza del latino quale veicolo del sapere era fondamentale per la formazione dello studente, in quanto la ratio studiorum si basava essenzialmente sulla lettura di Cicerone e di Virgilio da un lato e del latino medievale dall’altro (Arrigo da Settimello, in particolare)”.

Altri studiosi affermano che “Dante Alighieri seguì gli insegnamenti filosofici e teologici delle scuole francescana (Santa Croce) e domenicana (Santa Maria Novella), poi segue alcuni amici e poeti del tempo, “gli stlnovisti”. Poi si converte del tutto alla poesia e le prime tracce della stesura dell’Inferno con quello stile che conosciamo.

Gemma Di Manetto Donati, di famiglia nobile, anche se di ramo secondario, diventa sua moglie quando aveva 20 anni,  con lei ebbe quattro figli: Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia.

Dante si dedica molto presto in toto alla poesia, la sua grande passione, ma studia sempre filosofia e teologia, approfondendo particolarmente Aristotele e San Tommaso.

Ecco il pensiero del domenicano san Tommaso D’Aquino sulla pena di morte di cui era sostenitore accanito:

Wikipedia: “Quello che segue è un riepilogo di Summa Contra Gentiles, Libro 3, Capitolo 146, che è stato scritto da Aquinas prima di scrivere il Summa Theologica. San Tommaso era un forte sostenitore della pena di morte. Questo era basato sulla teoria (trovata in legge morale naturale), che lo Stato ha non solo il diritto, ma anche il dovere di proteggere i suoi cittadini dai nemici, sia dall’interno che dall’esterno. Per coloro che sono stati opportunamente nominati, non c’è peccato nel somministrare la punizione. Per coloro che rifiutano di obbedire alle leggi di Dio, è corretto che la società li rimproveri con sanzioni civili e penali. Nessuno pecca lavorando per la giustizia e nel rispetto della legge. Le azioni necessarie per preservare il bene della società non sono intrinsecamente cattive. Il bene comune dell’intera società è maggiore e migliore del bene di una persona in particolare. ‘La vita di certi uomini pestiferi è un impedimento al bene comune che è la concordia della società umana. Pertanto, alcuni uomini devono essere allontanati dalla morte dalla società degli uomini’. Questo è paragonato al medico che deve amputare un arto malato, o un cancro, per il bene dell’intera persona.

Nonostante tutto è stato fatto santo. E il Signore amore, carità, misericordia che i prelati dicevano e predicavano (lo han sempre fatto e lo fanno) affermando che Cristo invitava a perdonare il “tuo nemico” e a “porgere l’altra guancia” è altra teologia? O la Chiesa era (e lo è ancora) a grande maggioranza un concentrato di sostenitori di punire i peccati con il ricorso alla violenza perchè lo stabiliscono le leggi.

Dante parteggiava da ghibellino per il governo dell’Imperatore del cui ruolo pare fosse politicamente attratto.

Ma i guelfi a loro volta si divisero in neri e bianchi: I guelfi bianchi, pur sostenendo il Papa, non precludevano la possibilità del ritorno dell’imperatore. I guelfi neri invece erano pienamente sostenitori del Papa come unico avente il diritto di governare. Ben presto tra guelfi bianchi e neri vi furono violenti scontri, che portarono all’esilio dei primi e alla presa di potere sulla città dei secondi. Degno di nota è il fatto che Dante Alighieri fosse sostenitore dei guelfi bianchi e per questo fu costretto all’esilio dopo la sconfitta di questi.

L’esilio di Dante perseguitato dalla Chiesa di Roma.

Nel 1295 quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fa più dura, Dante parteggia per i Bianchi che sono per l’indipendenza di Firenze e che si oppongono a papa Bonifacio VIII Caetani (1294 – 1303) messo poi all’inferno dal Sommo Poeta.

Nell’anno 1301 i Neri prevalgono sui guelfi Bianchi, Dante è chiamato a Roma da Bonifacio VIII e da qui iniziano i processi politici del clero e del papato. Il Poeta è accusato di corruzione e condannato a una forte multa che Dante rifiuta di pagare insieme ai suoi compagni e non si presenta neppure in giudizio.

Gli intimano la confisca dei beni e lo condannano a morte se si fosse ancora fatto trovare a Firenze. Dunque viene costretto all’esilio forzato.

Ma Bonifacio VIII andrà dritto dritto all’inferno dantesco con altri papi nella Divina Commedia. A Firenze i neri intanto prendevano il potere.

Per Dante inizia poi un lungo esilio dal 1304 in avanti grazie alla chiesa e al papato e al loro grande potere di vita e di morte. Girerà per varie città e corti ma i suoi scritti e i suoi studi testimoniano ancora oggi le sue grandi doti letterarie e il suo desiderio di “convertire” la chiesa che non poteva essere definita cristiana a suo modo di vedere e non solo suo.

La Divina Commedia, opera somma di cui non vi è uguale al mondo, inizia a materializzarsi dal 1306 e il Poeta ci lavorerà per tutta la vita (altro che Bibbia!).

Ma il Poeta si sente sempre più solo lontano dalla sua Firenze a causa dell’ingiustizia, della corruzione e delle disuguaglianze alimentate dalla Chiesa di Roma che doveva essere altro. Un grande lottatore del pensiero Dante che non aveva paura di manifestare nonostante il grave dispotismo clericale e papale.

Poi dal 1308 con la sua opera in latino del “De vulgari eloquentia”,  inizia la “costruzione”, attraverso la revisione dei vari dialetti, della lingua italiana e fonda la cosiddetta “illustre” lingua volgare.

Il primo frutto offerto agli studiosi futuri che lo hanno via via perfezionato.

Ma Dante purtroppo non potrà mai più tornare nella sua Firenze.

Nel 1319 il Poeta immortale è invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, Signore della città che due anni più tardi lo invia a Venezia come ambasciatore. Rientrando da Venezia Dante viene colpito da un attacco di malaria: muore a 56 anni nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna, dove oggi si trova ancora la sua tomba. La Chiesa ha anche questo gravissimo peccato sulla coscienza che non potrà mai essere perdonato da nessuno.

Cerchiamo altre testimonianze da altre fonti per sapere quale era per il Poeta la causa della sua avversione alla Chiesa di Roma (che la meritava e la merita visti i suoi trascorsi).

DANTE ALIGHIERI –  Fonte: Getty-Images

Ma qual era esattamente il punto di vista di Dante sulla politica del suo tempo? Cerchiamo di ricavarlo dai suoi scritti.

La figura di Dante è estremamente complessa, al punto che non è assolutamente possibile scindere il poeta dal politico. La visione dantesca del mondo è tipicamente medioevale. In essa convivono sostanzialmente due sfere distinte sempre attuali:

il potere politico terreno;

la religione;

Il punto principale del pensiero politico si basa sull’accusa di degenerazione morale e di corruzione politica rivolta alla Chiesa cattolica. Principali responsabili, secondo Dante, sono proprio i pontefici. La corruzione della Chiesa è peccaminosa perché stravolge la volontà divina in due modi:

allontana l’umanità dalla salvezza esaltando il vizio e deprimendo il bene;

insidia la distinzione tra potere temporale, destinato all’impero, e potere spirituale, destinato alla Chiesa;

La Chiesa, che usurpa spesso il potere temporale, provoca divisioni, guerre e corruzioni nella Cristianità. Secondo Dante, nessuna prevaricazione dei poteri dell’altro deve essere possibile tra papa e imperatore: i due poteri sono entrambi infinti e distinti. Di qui qualcuno ha potuto leggere in Dante un orientamento prevalentemente Ghibellino, che si manifesta soprattutto nelle sue invettive contro la corruzione della Chiesa. 

Dante vede nel distacco dall’antico costume di vita (classico) l’origine profonda di quella disonestà e di quel senso prevaricatore che invade sia chierici che laici, che corrode i più alti fondamenti della civiltà e pone gli uomini come bestie in lotta fra loro, abbandonati alla violenza della fazioni.

 Dante ritiene di essere stato investito da Dio della missione di indicare all’umanità la via della rigenerazione e della salvezza. Per questo deve compiere il viaggio nei tre regni dell’oltretomba, esplorare tutto il male dell’inferno, trovare la via della purificazione nel purgatorio e ascendere al cielo fino alla visione di Dio nel Paradiso. La Commedia nasce da qui: dal volerlo ripetere agli uomini mediante il suo poema, in modo che essi possano ritrovare la diritta via che hanno smarrito”.

La corruzione nella Chiesa c’è sempre stata, c’è tuttora e anzi è peggiore di quella che si manifesta nei vari partiti, nei  governi politici dell’Italia e del mondo, dappertutto. Dunque la supremazia morale e spirituale che il clero reclama e pretende di possedere non compete a loro nè è appannaggio di altre religioni come l’Ebraica, la Musulmana e moltissime altre. Le Religioni, che sono tantissime nel mondo (migliaia e migliaia), sono nate perchè l’uomo ha bisogno di credere in qualcosa di soprannaturale. L’uomo primitivo credeva al sole, alla luna, al vento, agli elementi della natura in genere e ne aveva un gran rispetto. I pagani credevano a Zeus, ai loro dei, uno per ogni cosa. La loro religione insieme a quella induista (una delle più antiche) è esistita per millenni ed è stata soppiantata da quella Cristiana che in pratica deriva da quella Ebraica di Mosè. Insomma, le religioni, come è stato sempre dimostrato, non portano pace ma fomentano guerre e odi per il problema del proselitismo selvaggio e per ragioni di potere: dunque chi crede a qualsiasi confessione sa perfettamente che il Dio o gli dei di turno non portano pace ma dissidi e violenze proprio perchè chi cerca il potere, attraverso il suo Dio, si deve poi scontrare con chi non lo vuole cedere. Ma la credulità popolare è talmente radicata che molti vivono nel terrore dei castighi di Dio alimentati dai vari sacerdoti e dalle sacerdotesse di turno con le loro gerarchie che sembrano sempre più apparati militari o para-militari sul piede di guerra contro gli uomini.

 

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