Fuocoammare, il docufilm che stimola le coscienze sopite. Nomination per l’Oscar 2017


Salvino Cavallaro – Partire da Lampedusa per ritrovarsi al centro del Mediterraneo con la storia infinita che riguarda i migranti e il controsenso di andare incontro alla morte per vivere. Il docufilm del regista Gianfranco Rosi ha vinto l’Orso d’oro del festival del cinema di Berlino, quattro anni dopo “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani. L’Italia è dunque tornata a vincere la Berlinale, una gratificazione che ci inorgoglisce non tanto per la qualità della parte tecnica dei dialoghi, della fotografia e dell’intensità emotiva di momenti legati a fatti reali del mondo contemporaneo, ma soprattutto ci piace essere coinvolti da un docufilm (un cortometraggio diventato lungo per ovvie ragioni) che racconta la tragedia dei naufraghi a Lampedusa, rivissuta attraverso gli stessi occhi degli abitanti dell’isola. E oggi, a conferma dell’importanza di una tematica contemporanea che ci rende tutti responsabili, Fuocoammare di Gianfranco Rosi è entrato a far parte della cinquina dei migliori film documentario, per aver ricevuto la nomination a concorrere all’Oscar 2017, la cui cerimonia si terrà il 26 febbraio prossimo. Una gran bella soddisfazione per l’Italia intera, ma soprattutto per i personaggi del docufilm, i quali sono i veri abitanti dell’isola di Lampedusa che è l’avamposto d’Europa. Gente comune che attraverso l’operato e la fatica del fare, manifesta tutta la propria anima attenta al grave problema contemporaneo dell’umanità. Ci piace definirla un’opera in grande stile, questo documento cinematografico di Gianfranco Rosi. Un’idea fantastica capace di unire capacità tecniche a tematiche che toccano le corde del cuore e fanno pensare, discutere e magari farci sentire tutti in colpa per girare il nostro sguardo altrove, quando in quell’isola di Lampedusa, lembo dell’estremo sud dell’Italia, si vive una realtà di grande umanità sociale. Prodotto da Rai cinema e dal glorioso Istituto Luce, Fuocoammare ci presenta la realtà dell’isola di Lampedusa fatta di saggezza e sobrietà, che ha poco a che fare con quella che si vive in altre parti d’Italia. Un mondo a parte, in cui la comunità incontaminata di questo luogo marinaro è ancora capace di dare messaggi di umanità, vivendo in maniera semplice e in modo altruistico. Gente abituata per tradizione ad accogliere chiunque venga dal mare. Persone capaci di credere profondamente nel valore della vita come il sentimento più semplice e primario di ogni cosa, mentre ogni morte e ogni cadavere che viene portato a riva è una ferita che non si rimargina, proprio perché certe scene cui si assiste giornalmente, non possono assumere la connotazione di una consuetudine cui ci si abitua. No, questo non è davvero possibile per questa terra, per questa gente che vive di poco, di niente, che è capace di aiutarti nel buon nome della vita che deve essere esortata a continuare. E’ il sentimento più profondo dell’uomo, è l’esempio più eclatante della gente comune che ha quasi il bisogno di aiutare chi arriva dal mare ed è disperato. Si, la disperazione che non può non toccare l’anima di chi la vive di riflesso attraverso gli sguardi, le mani e le braccia alzate che chiedono aiuto. Donne che hanno partorito nel lungo viaggio, in quei barconi di fortuna in cui si paga per andare a morire. E’ il caro prezzo di tanti naufraghi che si lasciano alle spalle il terrore della morte e hanno davanti la quasi certezza di rivederla davanti, la morte. Il regista Gianfranco Rosi si è immerso in maniera totale in questa realtà, avendo come suo alter ego il medico specialista in ginecologia Pietro Bartolo, un personaggio di Lampedusa che in 25 anni ha soccorso e aiutato migliaia di migranti. Un uomo di antica dignità e grande spessore umano, che Rosi ha portato con sé a Berlino, dedicandogli il premio ricevuto. Emozionante il suo racconto di vita riferito a una grande platea, con l’umiltà di chi non è capace di farsene un vanto, ma con l’intimo desiderio di apportare mediaticamente un momento di sensibilità verso temi di vita che troppe volte il mondo contemporaneo fa finta di non vedere. Ma l’esempio di uomini semplici come il Dr. Pietro Bartolo, la sua umiltà che si interseca alla vasta sensibilità d’animo dimostrata a livello umano, non può renderci refrattari al pensiero che tutti noi dobbiamo sentirci parte in causa di tragedie umanitarie mai risolte dal punto di vista politico e sociale. Per fortuna c’è la gente di Lampedusa che ce lo ricorda, con la sua dignità di popolo di mare che vive di poco ed è capace di offrirsi nell’aiuto degli altri, mentre l’Europa e il mondo intero stanno a guardare dalla finestra. E, per fortuna, c’è Fuocoammare che ci inorgoglisce per la conquista di un Orso d’oro vinto nel regno delle stelle cinematografiche di Berlino e per la recente nomination all’Oscar 2017. Magici riconoscimenti che sono l’emblema di un forte impulso, capace di scavare dentro le nostre coscienze più glaciali.

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